Vai al contenuto

RENTAL0012 “FEEL THE AIR”

Ad ascoltare “Feel The Air”, album di debutto dei triestini Rental0012 si rimane davvero stupiti scoprendo che si tratti di un lavoro ideato e realizzato completamente da quattro diciassettenni. Studenti del Prešeren, Liceo sloveno di Trieste, i Rental0012 sono: la cantante Giada Fantoma, il chitarrista solista, tastierista, produttore, voce Francesco Petaccia, il factotum Iljia Diviacco (scrive, produce, suona chitarra, basso, tastiere, percussioni) e il percussionista Carlo Gabriele Stocchi. Vulcanici, creativi, originali, sono riusciti a confezionare un prodotto impeccabile anche grazie alle attrezzature professionali messe a disposizione dai loro papà (diversi di loro impegnati con la musica e il teatro) e a Raffaele Di Bin che ha masterizzato l’album. Per il resto, nessun aiuto esterno. Hanno conquistato la giuria del Premio Casa della Musica di Cervignano e si stanno facendo notare sul web, presenti sulle piattaforme streaming e con tre videoclip su YouTube, non vedono l’ora di calcare i palchi. Figli della pandemia, in una chat di gruppo nasce il nome Rental “perché suona bene”, a cui si aggiunge 0012 perché è l’ora in cui lo scrivono.

«Il progetto inizia nel 2020 – dice Giada Fantoma – un po’ prima della quarantena. All’inizio pianificavamo la produzione con delle videochiamate e, verso l’estate, finalmente di persona abbiamo lavorato ai primi singoli che hanno raccolto pareri positivi. Allora ci siamo resi conto di avere abbastanza materiale per un album. Non amiamo identificarci con un genere, ci piace spaziare, sperimentare, mescolare, la maggior parte delle canzoni sono tra pop, rock, rap, ma ci sono brani che non rientrano su quest’asse. Pensiamo che sperimentare con la musica sia molto divertente e anche avanguardista e in futuro abbiamo intenzione di ampliare ancora le nostre vedute». Si sentono echi di folk, dub, reggae, elettronica: ogni brano è un mondo a sé. «Colori accesi, foto sgranate, musica dei decenni scorsi: sia per il contenuto musicale che per quello grafico abbiamo preso molta ispirazione dagli anni ’80 e ’90. Ascoltiamo i Radiohead, il rap americano dell’ultimo decennio, Tyler The Creator, Kanye West. E ci sono tanti sound creati con una vecchia tastiera anni ’80 che ricordano sicuramente i maestri pop di quel periodo, con suoni molto sintetizzati». Le idee sui prossimi passi sono chiare: i Rental0012 sono già al lavoro sul prossimo disco che «sarà diviso in due e sarà molto più elaborato, un concept album con un filo logico».

Elisa Russo, Il Piccolo 26 Gennaio 2022

MOMBAO all’Hangar Teatri il 23.01.22

Non suonano in città da alcuni anni, in formazione c’è il triestino Anselmo Luisi, sono freschi di partecipazione a X Factor, hanno un repertorio ricco di inediti, dal vivo sono spettacolari: tanti i motivi per partecipare al concerto dei Mombao, domenica alle 21.30 all’Hangar Teatri nell’ambito del Trieste Film Festival (ingresso 15 euro, con Super Green Pass e mascherina Ffp2). Anselmo Luisi (un diploma in percussioni classiche al Tartini e in batteria jazz a Milano, laurea alla Bocconi, collaborazioni con Le Luci della Centrale Elettrica, Selton, i Virtuosi del Carso di Paolo Rossi, attivo con i Wooden Legs; spalla di Ariella Reggio in “Ottantena”) forma i Mombao a Milano con Damon Arabsolgar ai synth. Hanno pubblicato “Emigrafe ep” nel 2018 e quattro singoli nel 2021, cantano entrambi e mischiano elementi da canzoni popolari di diversa provenienza a influenze elettroniche. A ottobre la seppur breve partecipazione a X Factor, nella squadra di Mika, ha aperto loro diverse porte: «Esperienza potente – commenta Luisi – da diversi punti di vista, ci ha permesso di raggiungere un pubblico molto più ampio, il problema è che viste le restrizioni ora non possiamo suonare quanto vorremmo, ma per primavera-estate stiamo già fissando delle date».

Cosa vi ha spinti a partecipare al famoso talent?

«Siamo stati contattati più volte dagli scouter del programma, all’inizio abbiamo rifiutato perché era in un momento di lockdown e pensavamo che partecipare a un programma che ti dà tutta quella visibilità senza poter suonare dal vivo sarebbe stato poco produttivo. Poi ci hanno ricontattato quando i live stavano un po’ ripartendo, quindi abbiamo deciso di tentare e con il senno di poi credo che abbiamo fatto bene». 

Che impressione vi ha fatto X Factor?

«È interessante vedere come funziona dall’interno una macchina così complessa, ti rendi conto che i processi decisionali non sono univoci, non dipendono esclusivamente dai giudici ma vi sono molti attori e interessi in campo (gli autori, Sky, la Sony…). Insomma: è molto più complicato di quanto si possa immaginare e quello che si vede in tv non è necessariamente quello che accade dal vivo, molto può fare il montaggio, la narrazione».

I riscontri?

«Abbiamo dimostrato che una proposta non canonica come la nostra poteva funzionare in quel contesto, è stato appagante ricevere complimenti dai giudici, dagli altri concorrenti, dai fonici, dagli addetti alla sicurezza, un riscontro trasversale. Sono aumentati follower e visualizzazioni online e siamo grati a questa esperienza perché ci ha permesso di crearci un pubblico in tutta Italia. Hanno aiutato anche gli articoli su Rolling Stone, Rockit, La Repubblica Milano, grazie anche al nostro ufficio stampa Conza».

Il prossimo disco?

«A febbraio saremo in studio con l’idea di pubblicare un nuovo album in primavera, raccogliendo i singoli già pubblicati e altro materiale inedito».

Il Trieste Film Festival?

«Nel 2019 è stato presentato un documentario di Ana Shametaj con le nostre musiche. Già l’anno scorso volevamo organizzare questa collaborazione, posticipata per motivi di covid».

Luisi, impegni con il teatro?

«A primavera arriva una produzione con il teatro italiano di Fiume, si chiama “Lock Clown” con regia di Davide Calabrese, sono direttore musicale quindi non in scena, vengono riattualizzati alcuni brani musicali e monologhi di Angelo Cecchelin, riprendendo alcuni temi legati alla censura, riportandoli a situazioni da lockdown, sempre in chiave ironica».

Elisa Russo, Il Piccolo 23 Gennaio 2022

JIG ROBOTS “Sirius 31”

Praticamente un super gruppo, il nuovo trio electric-celtic-folk triestino Jig Robots: Alice Porro, diplomata al Tartini, insegnante di flauto alla scuola di musica della Civica Orchestra di fiati G. Verdi, è già flautista dei Wooden Legs, il bassista Enrico Apostoli è titolare del progetto di elettronica Kusabi e ha suonato con le metal band Naja e Alfasun, Marko Jugovic, qui alla batteria, bodhrán e synth, ha militato in tantissime formazioni come Coloured Sweat, The Enema Bandits play the music of Frank Zappa, Quartzite 4tet, Popocatepetl Percussion Duo, Wooden Legs… Il nome Jig Robots vuole richiamare la tradizione con la jiga irlandese mescolata però alla componente futuristica e “robotica” dell’elettronica. Un singolo e un videoclip pubblicati per ora, “Sirius 31” e il passaggio alle selezioni territoriali della diciottesima edizione del Premio Alberto Cesa del Folkest, che permetterà loro di esibirsi a Udine il 4 febbraio (assieme ai semifinalisti Luca Brunetti e Andrea Bitai). «È stata una bella sorpresa essere scelti – commenta Alice Porro – perché il nostro non è un folk tradizionale. Avevo sempre quest’idea di fare qualcosa con l’elettronica che mi ispirava, finché la primavera dell’anno scorso mi sono ritrovata in quarantena. E ho scritto un pezzo. Marko mi ha lasciato i microfoni per registrarlo sul pianerottolo. Poi lui ed Enrico ci hanno fatto un gran lavoro sopra con le percussioni e l’elettronica, mi hanno rimandato il brano ed è stato bellissimo sentirlo. Ho pensato fosse una musica che va molto lontano, allora abbiamo scelto il titolo “Sirius 31” che è il nome di un whiskey, ma visto che il brano è spaziale c’è anche il riferimento alla stella Sirio». La band sta componendo ulteriori canzoni e sta mettendo a fuoco l’assetto live in vista dell’esibizione del 4 febbraio. «Abbiamo già pronto un altro brano – anticipa Porro – decisamente un po’ più pesantino, dove Enrico suona anche il basso e poi abbiamo riarrangiato qualcosa di più tradizionale. D’altra parte tutti noi abbiamo un passato da metallari e in alcuni brani penso si sentirà, poi non mancherà la musica celtica e irlandese, l’elettronica colta e sperimentale e anche quella più da ballo».

Elisa Russo, Il Piccolo 20 Gennaio 2022

SECRET SOUNDS TRIESTE

Concerti segreti, per pochi intimi che si radunano grazie al passaparola e al web e non sanno chi vedranno esibirsi: Sofar Sounds nasce nel 2009 a Londra e si diffonde poi in 400 città sparse in tutto il mondo. Nel 2014 arriva anche a Trieste e negli anni ospita più di 130 artisti emergenti, con grande partecipazione: le prenotazioni sfioravano le 300 persone, molte delle quali, a causa degli spazi privati e quindi ristretti dove i concerti avevano luogo, erano costrette ad attendere il mese successivo. Una macchina oliata, insomma, che inevitabilmente la pandemia ha messo in stop: impossibile riproporre ora il concertino intimo in un salotto in cui le persone si godono la musica senza alcun distanziamento: «Non potevamo più permetterci di continuare con gli eventi di questo tipo – dichiarano gli organizzatori – mettendo a rischio tutti».  

Dopo una pausa di due anni lo staff di Sofar Sounds Trieste ha deciso dunque di tornare in pista con una nuova modalità, in linea con le esigenze attuali di sicurezza sanitaria. Nasce allora Secret Sounds Trieste, una serie di concerti di cui i partecipanti non conoscono in anticipo i nomi dei protagonisti come da tradizione Sofar, la novità sta nello spazio più ampio e in linea con le normative vigenti garantito dalla Sala Luttazzi al Magazzino 26. Nell’ambito della rassegna “Una luce sempre accesa” vengono inseriti (per ora) tre appuntamenti: 20 gennaio, 17 febbraio e 31 marzo, sempre alle 20.30 (con accesso in sala dalle 20 raccomandato, visto che l’inizio del live sarà puntualissimo), ingresso con super greenpass e mascherina Ffp2, a 15 euro a serata, biglietti disponibili da Ticket Point (online e al punto vendita di Corso Italia), anche acquistabili alla biglietteria della sala la sera stessa. I promotori sono le due anime di Sofar, Guido de Beden e Angela Mingoni (che, dopo un’esperienza radiofonica, oggi gestiscono il sito web musicale ondeindiependenti.com) con l’associazione di promozione sociale Hashtag, affiancati da uno staff di volontari e, questa volta, con l’apporto del Comune. «Ovviamente – dice de Beden – non posso svelare i nomi in cartellone, ma posso anticipare che si tratta di importanti esponenti del cantautorato del filone indie-pop, artisti che hanno partecipato e a volte anche vinto premi prestigiosi. Abbiamo alzato l’asticella scegliendo artisti che si sono fatti notare parecchio in questi anni». E in particolare, su colui che calcherà il palco della Sala Luttazzi giovedì alle 20.30 per la prima serata, anticipa che «è ligure e vincitore di un’edizione del premio de André». Oltre al concerto completo del cantautore protagonista, ci sarà sempre anche un set più breve di apertura di un artista nazionale o locale. «La formula di Secret Sounds Trieste – conclude de Beden – è concepita per dare il massimo supporto alla filiera musicale, notoriamente in difficoltà, con i giusti compensi e le giuste regole, nel rispetto di tutti. Essere presenti all’interno della rassegna, e quindi all’interno di un bellissimo contenitore per la città, è sicuramente quello che ci mancava, come la possibilità dell’utilizzo di uno spazio teatrale per poter fare cultura musicale e promuovere chi merita».

Elisa Russo, Il Piccolo 20 Gennaio 2022


HIERBAMALA

«Il dialetto per me è la lingua del cuore. Se devo dire qualcosa che sento profondamente, o anche se mi arrabbio, lo uso. E allora perché non scrivere i testi delle canzoni in triestino?». È una storia peculiare quella della Hierbamala, band reggae-rocksteady che fa base a Varese, dove vive da più di trent’anni il leader, cantante e paroliere triestino Carlo “Premdhyan” “Pindi” Sandrin. In attività dal 1997, concerti in tutt’Italia e fuori, tre album all’attivo e ora una serie di freschissimi singoli, tutti con i testi in triestino: “Sé quel che magnè”, “La spina” e in questi giorni esce su tutte le piattaforme digitali “Eva”, che canta della “bissa inamorada” (qui il serpente non tenta Eva bensì ne è innamorato) con un son cubano da ballare e uno sguardo alla Jamaica; seguiranno nuove canzoni con cadenza poco più che mensile, fino a formare l’intero album “Omnia Sunt Communia” (Rehegoo Music).

«Il dialetto mio – spiega Sandrin – qua non lo capiscono, ma piace perché suona bene, sono convinto che le stesse parole in italiano suonerebbero finte. Può assomigliare allo spagnolo, si sposa con le melodie. E in fondo l’inglese del rock’n’roll alla “Tutti Frutti” chi lo capiva?». Il cantante e chitarrista classe ’63, ha un passato musicale che comincia in città: «All’ex Opp – ricorda – c’era un intero padiglione con le stanze di contenzione riconvertite in sala prove gratis, trovavi Steel Crown, Revolver, gruppi punk che suonavano giorno e notte», al fianco di amici musicisti oggi affermati (ed emigrati all’estero) come Giancarlo Spirito e Maurizio Ravalico. «Con Ravalico – prosegue – ho tenuto il mio primo concerto. E poi ho frequentato la scuola agraria a Cividale, il mio compagno di banco era il bassista dei Detonazione, scappavamo a Zugliano e c’era un gruppone con il sassofonista dei DHG, arrivavano da Pordenone quelli del Great Complotto, altri da Trieste». Gira l’Europa con i Running Stream che diventano un culto per gli amanti della musica garage e i collezionisti di vinili finché rocambolescamente si ritrova in «Un esodo degli arancioni di Osho, prima verso la Puglia e poi verso il Lago Maggiore, ci siamo radunati in una comunità e dopo, verso la metà degli anni ’90, ci siamo sparpagliati di nuovo in giro per il mondo, Berlino, Londra ma io sono rimasto in provincia di Varese». Nel ’97, dopo aver sperimentato diversi generi, trova una strada: «Ero stato in India, dove si faceva meditazione e per me il reggae era la musica che ti fa ballare dentro quando chiudi gli occhi. Il reggae è la tavolozza dei colori giusti. Ma la cosa che mi ha cambiato completamente è l’incontro con la musica di Manu Chao, “Clandestino” è stato un’illuminazione, mi ha fatto capire che potevo fare canzoni in triestino sull’impianto della patchanka, il rock, rocksteady». Sandrin ha anche esperienze radiofoniche: dagli esordi in città con RadioAttività fino al lavoro come responsabile ufficio pubblicità di Rete 8 a Varese. «Vivo a Biandronno da più di trent’anni, ma ho un filo costante con Trieste, dove ho i genitori, un figlio e un nipote, cugini, parenti e amicizie». Con un occhio anche alla musica locale: «Dico la verità, sono un po’ invidioso di Toni Bruna – confessa –, la prima volta che l’ho sentito ho pensato: “io sta roba la faccio da anni e tutti a dirmi che il triestino si può usare solo per ridere”! E invece, guarda Toni Bruna: semplice, diretto, poetico: si può fare, il dialetto offre una possibilità di scrittura ricca di sfumature e profondità».

Elisa Russo, Il Piccolo 17 Gennaio 2022