Aeham Ahmad al Teatro Miela 25.05.24

È una storia esemplare quella di Aeham Ahmad, “Il pianista di Yarmouk” (titolo della sua autobiografia, pubblicata in Italia da La Nave di Teseo). Classe ’88, appartiene alla minoranza palestinese in Siria, ha vissuto nel campo rifugiati di Yarmouk alla periferia di Damasco e ha iniziato a studiare il pianoforte da piccolo. Dieci anni fa trasportava il suo piano su un rimorchio o un pick-up e si esibiva per le strade di una città bombardata e ormai in macerie, spesso circondato dai bambini. I video diventano virali, ma lo rendono anche un bersaglio: una bambina viene uccisa, il suo pianoforte viene distrutto. È costretto a partire: nel 2015 raggiunge la Germania con il fardello delle tragedie patite; il suo talento musicale rompe qualsiasi argine e diventa un concertista affermato, vincendo premi internazionali come il Beethoven per i diritti umani. Per la prima volta è in concerto a Trieste, sabato alle 21 al Miela. Una serata di musica all’insegna dell’incontro e accoglienza, con la presenza di ICS, il banchetto del pediatra Mario Andolina e il Burlo rappresentato da Barbara Fari con la raccolta fondi per l’iniziativa “Save a child”. 

Aeham, che periodo sta passando?

«Molto impegnato: ho ultimato il mio nono album, uscirà tre giorni dopo il concerto di Trieste».

L’abbiamo vista sul palco del Festival di Sanremo, dove ha accompagnato Elodie, al Premio Tenco, ospite a X Factor… Che rapporto ha con l’Italia?

«Direi splendido, il pubblico da voi è molto più caloroso di quello tedesco, sento una forte connessione. Anche il mio secondo libro, “Taxi Damasco – storie, incontri, speranze di un popolo in guerra” è stato ben accolto». 

Che cosa propone nel live?

«Sentirete un mix di folk, jazz, musica classica… Lo definirei jazz moderno o world jazz. Piano e voce e ci sarà anche un ospite in alcuni pezzi, un percussionista che viaggia con me». 

Trieste è l’ultima fermata della rotta balcanica. Lei da dove era arrivato?

«Ho attraversato Grecia, Austria, Albania, Croazia, un viaggio durissimo, pauroso. Pensare che sabato arrivo in macchina (undici ore di guida ma solo perché non ho trovato un volo che mi andasse bene, visto che vivo lontano dall’aeroporto di Francoforte), con il passaporto tedesco, senza la paura di essere catturato, perseguitato, rimandato indietro: è difficile spiegare quello che provo». 

Si può dire che la musica l’ha salvata?

«E ha dato da mangiare a me e alla mia famiglia che si è poi ricongiunta». 

La musica potrebbe cambiare il mondo?

«Non può cambiarlo, ma ogni rivoluzione ha la sua colonna sonora. La musica supporta il cambiamento, lo accompagna. E può influenzare un periodo della vita di ciascuno». 

Vicino al teatro Miela, al Silos, scoprirà una situazione di grande disagio e abbandono in cui i migranti vivono.

«Sono molto dispiaciuto di sentirlo. Ci sono tante emergenze in Italia, tra queste anche quella delle condizioni disumane dei lavoratori stranieri che raccolgono pomodori e simili. Visto che di loro avete bisogno perché non trattarli in maniera umana?».  

In Germania continua il suo impegno: lavora con i bambini rifugiati, insegna… che altro?

«Questa settimana suono a un concerto che ha lo scopo di spingere le persone a votare». 

Elisa Russo, Il Piccolo 25 Maggio 2024

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