AFTERHOURS “FOLFIRI O FOLFOX”

ARTISTA: Afterhours

TITOLO: «Folfiri o Folfox»

ETICHETTA: Universal

 

  ED-img7207759 Ad anticipare l’uscita di “Folfiri o Folfox” (Universal), ottavo album per i milanesi Afterhours (contando solo quelli in italiano ed escludendo quelli in inglese, i live, raccolte, ep… che hanno costellato una carriera cominciata negli anni Ottanta), alcuni anni di cambiamenti e “polveroni” da social network. Prima, stravolgimenti di formazione con l’uscita del batterista storico Giorgio Prette e del chitarrista Giorgio Ciccarelli (“eravamo ormai marci”, dice crudamente Manuel Agnelli riferendosi al deterioramento dei rapporti con gli ex compagni). Poi, il chiacchierato annuncio dell’ingaggio di Agnelli come giudice del prossimo X Factor. Per commentare la sua partecipazione al talent molti hanno impropriamente stravolto e mal interpretato titoli di sue canzoni come “Sui giovani d’oggi ci scatarro su”; a me viene piuttosto da usare una frase da “Plastilina”. Ovvero: “Se non lo uccidi ti ci puoi alleare”. I talent – piaccia o non piaccia – sono una realtà, non scompariranno di certo. Sono mezzi, contenitori da riempire e per me è un bene (o almeno è meglio) che ci siano personaggi come il leader degli Afterhours, persona intelligente e con cultura musicale, oltre che un’esperienza trentennale comprensiva di lunga gavetta e sbattimenti di qualsiasi tipo, che porterà la sua visione della musica ad un pubblico vasto. Da sottolineare anche che a differenza di altri, Agnelli ha sempre dato molto spazio ai colleghi anche poco conosciuti, in vari modi: nelle vesti di produttore, con il Tora! Tora! Festival, il Paese è Reale… e anche ora, non c’è intervista in cui non citi Edda, per esempio (e ci sono suoi colleghi che non citano altri musicisti apprezzabili neanche sotto tortura “eh ma io non ascolto dischi” seeee)… quindi: lo si addita spesso di egocentrismo ma si dimentica quanto sia uno aperto alle collaborazioni e al supporto di altri artisti. Dall’altro lato, avrà un ritorno di visibilità/ popolarità per gli After stessi (che è un po’ il motivo per cui provarono anche la carta Sanremo). E da ultimo: finalmente gli arrivano anche due soldi. Perché diciamolo, per come girano le cose in Italia, se qualcuno pensa che gli Afterhours siano una macchina da soldi, bhè ha preso una bella cantonata. Non che le cose non vadano meglio a loro che al gruppo esordiente che suona alla sagra della polpetta affumicata, ovvio, ma da qui all’arricchirsi con la musica ce ne passa.

Chiusa parentesi X Factor. Passiamo al disco nuovo.

Tirando le somme, è emersa una verità che chi segue la band aveva già ben in mente: gli Afterhours sono Manuel Agnelli. Senza nulla togliere all’indispensabile apporto di collaboratori di lunga data, come il chitarrista Xabier Iriondo e le professionalità indiscutibili di Roberto Dell’Era al basso, Rodrigo D’Erasmo al violino, Fabio Rondanini (Calibro 35) alla batteria e Stefano Pilia (Massimo Volume) alla chitarra. Ma è un dato di fatto: degli After originari rimane solo Manuel, che in questo disco più che mai racconta le sue storie “avevo bisogno di raccontarle per primo a me stesso”, dice.
Ce ne avesse, di personalità carismatiche come Agnelli il rock made in Italy. Un imprenditore, un artista, uno che si prende le sue responsabilità e non ha paura delle decisioni più scomode. Uno coraggioso, che si prende il rischio di sembrare arrogante o antipatico. Perché in Italia, ed in particolare nella scena della musica indipendente, sembra che essere vincenti (che poi si vince magari una partita, mica il campionato mondiale), fare successo, portare avanti il proprio progetto con determinazione e testardaggine sia quasi un crimine. Si preferisce il finto umile, che abbassa la testa. Ce ne fossero di rockstar come Agnelli. Perché Agnelli è una rockstar. E le rockstar di tutto il mondo – per esempio – si tingono i capelli, ma se lo fa lui, apriticielo, diventa subito macchietta. Ma poco importa, andiamo oltre quella fetta di provinciali, che magari sono una minoranza, ma dietro una tastiera è facile fare rumore e amplificare la propria frustrazione.

A cinquant’anni Agnelli realizza un doppio album zeppo di canzoni memorabili, intense, emozionanti. “Folfiri o Folfox” è uno di quei lavori che rimarranno nella storia del rock autoctono. Una pietra miliare. Il titolo richiama tristemente due trattamenti chemioterapici subiti prima della morte dal papà di Manuel e l’album intero è un concept che ruota attorno a questo lutto ma anche al suo superamento, per quanto doloroso. E poi religione, superstizione, fatalismo, mediocrità dell’uomo, mostri, amici farisei, donne dagli occhi blu, festini a base di anfe. L’album è prodotto da Tommaso Colliva assieme ad Agnelli stesso ed è volato subito al primo posto della classifica di vendita Fimi.

Schermata-2016-05-11-alle-07.32.52Una delle critiche più perfide fatte ad Agnelli prima ancora dell’uscita del nuovo lavoro è che non avesse più nulla da dire. Malignità smentita fin dal primo brano di “Folfiri o Folfox”: una lacerante “Grande”, con la voce in primo piano, con la “erre” arrotata a mille (quando un difetto diventa un pregio) che ricorda promesse infantili in cui si chiede ai propri genitori di non morire mai ma poi si diventa grandi “scoprendo che il dolore non era/ la destinazione/ vera” e almeno “in questo sogno qui/ noi non moriamo più/ e non moriremo mai”. È un raccontarsi intimo e sincero. Di cose da dire ne ha un mondo, è evidente. Si cambia decisamente atmosfera (e accade spesso nell’intero lavoro) con “Il mio popolo si fa”, seconda traccia, musicalmente ostica al primo ascolto ma che si appiccica agli ascolti successivi, un ritratto impietoso di un’Italia “Dio fortuna e trans” con finte rivoluzioni giocate sul web, spacciatori di libertà a cui obbedire, gioco d’azzardo e “culto della sfiga” (superstizione) perché in conclusione “se l’orrore siamo noi/ beh l’orrore è quel che vuoi”. La protagonista del lyric video realizzato da Annapaola Martin è Emma, figlia di Manuel che è citata nei crediti del disco come “consulenza e editing”, ha anche contribuito alla scelta della foto di copertina (un’orchidea morente che ha “salvato” assieme a papà Manuel): insomma, una bimba (credo abbia 11-12 anni) già tostissima. Struggente “L’odore della giacca di mio padre”, con Agnelli al pianoforte e i violini distorti di D’Erasmo e versi che lacerano come “Che sai navigare in un mare/ d’amore anche senza di lui/ so navigare nel panico,/ solo/ eh sì, lo so che lui/ resta dentro di me”.

Di brani davvero riusciti ce ne sono tanti altri, per citarne alcuni: “Ti cambia il sapore” in cui, oltre ai riferimenti alla chemioterapia affronta il tema della religione “Credo alla storia di Dio/ perché il mostro non sono io”, “Qualche tipo di grandezza”, “Oggi”, “Né pani né pesci”, “Tra i non viventi vivremo noi”. E poi si va dalla ballata “Non voglio ritrovare il tuo nome” alla stramba litania “San Miguel” o all’inquietante ed isterica title track: un viaggio di 18 tracce che non annoia mai.
“Se io fossi il giudice” è il brano della resurrezione, del sole dopo il temporale, finale perfetto che racchiude un po’ il senso di tutto il lavoro: “Oggi svegliandomi/ ho realizzato che/ che tutto il resto è stupido/ voglio provare a vivere/ che ci sia luce oppure/ sia oscurità/ cammino come un uomo/ e parlo come un uomo”. Con il cerchio che si chiude in maniera commuovente nelle ultimissime parole: “Oggi svegliandomi/ credevo fossi tu/ che mi dicevi/ stupido/ devi tornare a vivere”.

Elisa Russo, 27 giugno 2016

 

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