ALFREDO LACOSEGLIAZ “AL DI Là DEI LUPI”

«Credo nella fratellanza. E ritengo che Trieste, sbandierata come crogiolo di culture diverse, possa dare l’opportunità a gente di buona volontà di imparare dalle etnie che stanno vicino e soprattutto lontano, per mescolare assieme le differenti informazioni che si raccolgono, e non isolarsi». Nato a Trieste nel 1953 e morto nel 2016, il musicista e compositore Alfredo Lacosegliaz ha ben rappresentato, fin dalle scelte musicali giovanili, la complessità e la ricchezza di una terra di confine. Il suo sguardo creativo, nato con la musica popolare, si è rivolto ben presto alle sonorità dell’est Europa e la sua ricerca è sempre stata consapevole degli apporti fondamentali di altre culture, da quelle conviventi a Trieste a quelle delle vicine aree balcaniche, toccando elementi sonori del lontano oriente e dei paesi nordafricani, fino a diventare “avanguardia che non annoia”. Lo racconta il documentario “Al di là dei Lupi”, diretto da Ennio Guerrato che verrà proiettato in anteprima assoluta sabato 27 gennaio alle 11 al Cinema Ambasciatori, nell’ambito del Trieste Film Festival. «I lupi di Duino, omaggio alla sempiterna gloria del Duca d’Aosta, rappresentano per Trieste un confine metafisico oltre al quale inizia il mondo, un universo pieno di misteri, popolato da genti diverse»: il titolo è ispirato al monumento bellico lungo la statale 14 che segna un immaginario (e in certi momenti storici reale), confine con il resto del mondo. «Così s’intitolava – spiega Guerrato – una trasmissione di Alfredo su Radio Capodistria in cui raccontava con ironia le sue esperienze fuori città, “Al di là dei lupi” espressione che fa riferimento ai lupi di Toscana, per Trieste un confine mitico verso l’occidente». «Sono una specie di ibrido, sono figlio di una cultura occidentale però albergo in un corpo che è molto più orientale», diceva Lacosegliaz di sé, e amava definirsi “artigiano musicale”. Da pacifista, spiegava la sua scelta dei ritmi zoppi (dispari) cosicché l’esercito non vi potesse marciare sopra, ecco perché qualcuno trovava la sua musica “storta”. 

La struttura portante del documentario, prodotto da Cristina Gioachin Lacosegliaz e Casa della Musica/ Scuola 55 è sostenuta da una ventina di interviste a musicisti, registi, scrittori (Moni Ovadia, Paolo Rumiz, Gabriele Centis, Franco Fabbri, Franco Brambilla, Ornella Serafini, Davide Casali…) che hanno intrecciato le loro strade con quella del protagonista; si aggiungono documenti fotografici e video originali, concerti e spettacoli, il tutto accompagnato dalle sue musiche originali. Arduo riassumere la vasta carriera di Alfredo Lacosegliaz, compositore per il cinema (“Senza pelle” di Alessandro D’Alatri, “Facciamo Paradiso” di Mario Monicelli), per la televisione (“Circus” e “Sciuscià” di Michele Santoro), per il teatro (Yoshi Oida, Moni Ovadia, Bolek Polívka, Pamela Villoresi, Roberto Andò), per installazioni di Teatro Danza, con spettacoli e direzioni musicali in USA, Marocco, Grecia, Francia, Belgio, Olanda, Jugoslavia… Ha sperimentato con tutti i generi, è stato spesso precursore (ad esempio del balkan); nei suoi testi, molti in dialetto triestino, ispirati da poeti quali Carolus Cergoly, Srečko Kosovel, Pier Paolo Pasolini, racconta l’amato e criticato contesto cittadino o esprime aspetti personali e dimensioni universali, con una vena critica, ironica, dissacrante e poetica. «Alfredo è figlio di un confine – dice Paolo Rumiz – che o ti chiude come un’ostrica o ti apre per tutta la vita in modo tale da contaminare anche gli altri con questa tua visione aperta del mondo». «Trieste rappresenta quel confine d’Italia – aggiunge Moni Ovadia – che ha permesso ad Alfredo di creare una forma poetica anche nel linguaggio. La sua proposta era al tempo assolutamente unica e io non credo che ci siano stati altri che abbiano avuto in seguito l’estro straordinario che ha avuto e sviluppato lui. Aveva una visione innovativa di quella che si chiamava canzone d’autore, pescando in un retroterra slavo e triestino». Ovadia ricorda poi il loro primo incontro: «È stato indimenticabile, venne a casa mia accompagnato da Edi Kanzian. Aveva un’aria allampanata, serio, taciturno, la barba abbastanza folta e stava molto rigido. Mettemmo su il nastro magnetico del suo album “L’orco feroce” che fu prodotto dalla cooperativa di cui ero vicepresidente, quando lo sentii fu un’epifania, una rivelazione».

La volontà di “Al di là dei Lupi” è quella di non fermarsi a una celebrazione, ma cercare di attuare un vero e proprio passaggio di testimone: iI documentario segue anche Andrejka Možina e i Violoncelli Itineranti, che stanno studiando e reinterpretando il repertorio di Lacosegliaz. «L’intento di questo lavoro – conclude il regista – è stato da subito creare le condizioni e gli stimoli perché il lascito musicale di Alfredo Lacosegliaz si trasformi in eredità comune. Che tutto ciò che ha scritto non rimanga chiuso in un cassetto, ma diventi proprietà collettiva, opera viva e mutante. Da questa idea parte il coinvolgimento di tre violoncelliste assieme all’ultima formazione, la A.L.P.E. (Alfredo Lacosegliaz Patchwork Ensemble), che unite assieme combinano e reinventano approcci diversi alla sua musica».

Elisa Russo, Il Piccolo 25 Gennaio 2024 

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