Notizia di pochi giorni fa:

È stata la casa dei Beatles, dei Pink Floyd, dei Radiohead e dei Sex Pistols. Dei nostri Vasco e Subsonica. Parliamo della britannica Emi: ebbene, nella congiuntura terribile in cui versa il comparto del disco, e nella logica di un ancor maggior accorpamento, è stata rilevata da uno dei suoi concorrenti principali, la Universal.

In pochi anni la situazione è precipitata in maniera abbastanza imprevedibile. Chi l’avrebbe mai detto che avremmo assistito ad una crisi così pesante delle major?
Eravamo preparati tuttalpiù all’eterna diatriba major vs etichette indipendenti.
E invece…
Ho l’età giusta per aver assistito a cambiamenti davvero radicali nel mondo discografico.
Da tutti i punti di vista.
Ci pensavo in questi giorni, terminando la lettura del volume “American Indie” (Arcana).
“Il 24 settembre del 1991 venne pubblicato un disco intitolato NEVERMIND, di una band chiamata Nirvana. Nel giro di poche settimane diventò disco d’oro, scalzando Michael Jackson dalla prima posizione nella classifica degli album di “Billboard” e spingendo la giornalista musicale Gina Arold a proclamare “abbiamo vinto”. Ma chi era il “noi” del soggetto? E perché eravamo così diversi da “loro”?».

Un momento epocale.
(Ricordo che per il mio compleanno, il 27 ottobre 1991 ricevetti in regalo il vinile di “Nevermind”. Uno di quei regali disinteressati di Ricky Russo!).

Col passare degli anni, distinguere noi da loro è diventato sempre più complicato.

«”Prima, quando camminavi per strada”, dice Ian MacKaye, “c’era un’identificazione istantanea, era quasi una cosa tribale. Vedevo qualcuno, una ragazza col cranio rasato o qualcosa di simile, e immediatamente mi sentivo attratto verso quella persona. Quando il punk-rock si è diffuso dappertutto, è diventata dura per me. Improvvisamente è stato come ritrovarsi in un film dell’orrore. Vedevo qualcuno che una volta avrei immediatamente identificato come parte della mia tribù, ma poi mi dicevo ‘no aspetta un po’, è gente normale’. Era come quei film sulla Seconda Guerra Mondiale, quando il protagonista si trova in una città piena di soldati americani ma in realtà sono tutte spie naziste travestite. Era così che mi sentivo, mi buttò a terra».

Non riconoscere i propri simili al primo sguardo può essere frustrante, ma anche stimolante se ci pensi bene. Io però ho un criterio infallibile. Altro che tatuaggi, crani rasati, spillette o ciuffi. Io ho un’unica linea guida: cerco la luce, anche quando è nascosta.
Le persone che mi interessano hanno la luce dentro, anche se all’esterno possono sembrare cupe. Possono avere un passeggero oscuro pesantissimo. Ma scuro non vuol dire malvagio. Quando vedo la scintilla malvagia, ecco lì capisco che c’è da fuggire. Certe persone, anche gioviali nei modi, hanno una matassa di catrame al posto del cuore. Queste sono le uniche persone con cui non posso avere a che fare.
Le mie valutazioni insomma sono tutte basate sulla misurazione di luce-buio, cattiveria-bontà.
Il resto sono solo categorie create per dividere, e cerco di evitarle quando possibile.

Le persone, se ci pensi, hanno sempre bisogno di essere catalogabili, in qualche modo. Avere ruoli precisi, toglie dei pensieri perché ti affibbia un bagaglio già bello e pronto di comportamenti, idee, caratteristiche, azioni. Sei un impiegato di banca? È già scritto nel pacchetto istruzioni che ti dovrai vestire in un certo modo, presentarti sul lavoro ad una certa ora, rispondere ai clienti in un certo modo, ai tuoi superiori in un altro. Politicamente sei dei blu? Bene, devi frequentare determinati posti, scendere in piazza a manifestare, ma soprattutto essere contro i gialli e i grigi. Molto contro.
Ci sono poi figure con cui puoi improvvisare un po’ di più (ad esempio: essere mamma, papà…) ma se esci da un certo tracciato (ad esempio ti dimentichi di dare da mangiare a tuo figlio o di andare a prenderlo all’asilo) qualcosa non torna e la società ti fustigherà, avrai delle rogne… e lo scopo di avere un ruolo è non avere rogne, quindi stai sbagliando qualcosa.
Categorie, microcategorie micromicrocategorie all’infinito, siamo incasellati come matrioske.
I giovani ribelli spesso vogliono sfuggire alle regole, vivere fuori dagli schemi, non essere catalogati.
Bene, eccoli subito incasellati nella scatola dei giovani rivoluzionari.
Insomma, non ne esci.
O quasi.
Anche la musica che ascolti ti incasella per bene.
Se ti piace A non può piacerti B.
Se ascolti i gruppi indie rock e i cantautori impegnati, non ti può piacere il rap di Fabri Fibra e Marracash, per dire.
Se ascolti musica elettronica non ti può piacere la classica.
E invece no. A me piace A, B e C. Giù giù fino a Z. La mia curiosità è tanta, l’apertura anche e via si parte! Non c’è niente di più stimolante di addentrarti in territori che non conosci. Poi puoi decidere che non fanno per te, ma te ne torni con il tuo bel pacchetto fatto di esperienze nuove.
Ti dirò di più, pur essendo politicamente dei gialli, ho scoperto di poter trovare amici affidabili e pieni di amici perfino tra i grigi. Che scandalo!
Tra i grigi.
E che sai come se dice… a me non importa di che colore è il gatto, purché acchiappi i topi.
I topi grigi!

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