«Trieste è una città che sia in passato che adesso fa parte della mia vita, forse è la data che più aspetto da tempo»: si esibisce qui per la prima volta Alen Đokić, in arte Doppelgänger. Il rapper “bosniaco de Roma” che mescola italiano, inglese, bosniaco, tra i nomi più interessanti dell’ondata rap dal sapore balcanico, è il protagonista del concerto all’Hangar Teatri per Trieste Film Festival sabato 17 alle 21; dj set della serata a cura di Let’s Get in Touch. «Mi ero trasferito a Trieste ad agosto 2019 – racconta l’artista italo-bosniaco – e ci sono rimasto fino a marzo 2020 con l’inizio del covid, frequentavo l’Università».
Cosa l’aveva colpita?
«Trieste è una città bellissima, meravigliosa, multiculturale. Ho odiato il clima ventoso. Ma la cosa che ho più patito è stata la lontananza da casa, sia da Roma che dalla Bosnia e per questo non ho resistito. Ci torno spesso, di passaggio, perché ho una parte della mia famiglia a Cervignano».
Conferma che quella di Trieste è la data da lei più attesa?
«Sì, assieme a Milano che è stata per me molto importante. Ma Trieste, proprio per la sua multiculturalità, mi sembra la più adeguata per raccogliere quello che porto con la mia musica».
Che spettacolo propone all’Hangar?
«Sono una persona molto sobria a livello visivo. Ci siamo io e il pubblico, per un’ora di live. Tanto balkan e, come si dice a Roma, tanta caciara».
Il suo rapporto con il cinema?
«A parte il mio lato nerd con “Harry Potter”, “Il signore degli anelli”, “Game of Thrones”, sono un amante del cinema autoriale. Mi attrae anche quello che c’è dietro alla telecamera, ho scritto diverse sceneggiature, realizzato corti e ho poi unito la musica con l’arte visiva».
Ha una certa esperienza anche davanti alla telecamera. Il suo successo, infatti, nasce diventando virale su TikTok (1 milione di follower). Com’era iniziata?
«Purtroppo, o per fortuna, sono esploso con la mia musica grazie a TikTok e i social. Da un lato mi hanno aiutato tantissimo, ho sfruttato l’onda che si poteva cavalcare cinque anni fa, mi ha fatto conoscere sia in Italia che all’estero. Oggi la bolla si è sgonfiata, non funziona più così tanto, insomma è un’onda che non si può più surfare: quel mondo ha portato alla morte dell’arte, era solo un fuoco di paglia».
Quando è entrata la musica nella sua vita?
«È stata mia sorella più grande a passarmela, mi sono appassionato prima al reggae e i miei genitori mi facevano ascoltare il turbofolk, ho imparato ad apprezzare ogni genere, a prescindere dalla lingua e dallo stile».
Si è sempre sentito troppo italiano per essere bosniaco e troppo bosniaco per essere italiano, racconta in “Cuore a metà”. Come ha vissuto questo scollamento?
«Ne ho fatto un vanto: quando vado in Bosnia rappresento l’Italia e viceversa. È un’unicità che non mi fa montare la testa ma ho capito che ne devo andare fiero».
“A Trieste mi hanno detto s’ciavo” recita “Diaspora”. È successo davvero?
«Più volte, ma le persone ignoranti non rappresentano la maggioranza dei triestini. Alla fine dico “La mia cultura interessa più della tua ignoranza”».
Finora cos’ha pubblicato?
«Tre volumi di “Balkan Represent”, l’ep “C.O.M.” insieme al mio migliore amico romano GodDamn, nel 2025 anche i singoli “Bujrum”, “Jugoslavia”, “Alo!?” e nel 2026 ne arrivano altri».
Ha collaborato con i Dubioza Kolektiv, storica formazione bosniaca in pista da oltre vent’anni. Erano tra i suoi miti?
«È stato surreale, mi ha dato la possibilità di stare sul palco davanti a 10-20 mila persone. Realizzare una canzone con loro è stato un sogno. Se mai dovessi arrivare al Festival di Sanremo, vorrei duettare con loro!».
Elisa Russo, Il Piccolo 05 Gennaio 2026

