ELEONORA STRINO a POLCENIGO 12.09.26

«Ho registrato diversi dischi in provincia di Udine, da Stefano Amerio, uno dei più bravi. Per il resto, conosco poco il Friuli, per noi musicisti è sempre toccata e fuga. Dal Sud sembra quasi una leggenda, una regione così lontana, ma per quel che ho visto mi piace un sacco, ogni volta ho trovato convivialità, un bello spirito»: nata a Napoli e residente a Torino, la chitarrista Eleonora Strino è uno dei nomi più acclamati del jazz internazionale. Arriva in concerto al Teatro di Polcenigo oggi alle 21 per la sesta edizione di Jazz River, festival organizzato dal Circolo Controtempo in collaborazione con il Comune di Polcenigo e la direzione artistica di Paola Martini.

Cosa farà ascoltare a Jazz River?

«Siamo in trio (con me Giulio Corini al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria) e portiamo un ibrido tra l’album precedente, “Matilde” e l’ultimo “Lumithia”, entrambi registrati da Artesuono. Per la maggior parte sono delle composizioni originali mie. Il titolo “Matilde” è stato ispirato da un dipinto di mio padre, una donna nuda che sorride come se non le importasse di nulla, molto sfacciata, un simbolo per me di un lavoro sul femminile, che poi ho continuato».

“Lumithia” prosegue su questa scia?

«Si basa su una ricerca artistica principalmente nel mondo letterario, volevo capire come vivessero un tempo questo doppio essere tra artiste e madri, mogli. Il titolo riprende un romanzo di mia madre che non è mai stato edito. Fin da piccola mi è sempre piaciuto molto leggere». 

Ha anche pubblicato dei libri?

«Sono usciti due di didattica, in inglese e dovrebbero arrivare due in italiano. Avevo cominciato anche a scrivere un libro che si chiamava proprio “Matilde” e si rifaceva un po’ al libro di mia madre. Un giorno magari lo finirò, ma per ora sono sempre in giro a suonare e, avendo molto rispetto per l’arte, so che ti ci devi dedicare anima e corpo». 

Il jazz è il suo grande amore fin da ragazzina. Dall’estetica però sembra una tipa rock.

«Negli anni sono un po’ cambiata, e forse si vede il riflesso del mio percorso artistico attuale, nel senso che effettivamente ho dedicato tutta la mia vita, dai 15 anni, al jazz, nel rispetto più profondo, studiando molto proprio il linguaggio. A questo punto mi sono potuta concedere la libertà tipica del genere, ed è il motivo per cui mi piace il jazz. Ho scoperto che effettivamente avevo anche tante altre influenze che poi sono uscite all’interno delle composizioni e avendo la possibilità di essere leader dei miei gruppi, mi sono fatta un po’ trascinare da questa corrente, per vedere dove mi portava». 

Nel jazz ci sono donne cantanti, pianiste, agli archi ma ben poche chitarriste. Ne ha avuta qualcuna come modello?

«Ho avuto un unico riferimento: Emily Remler. La chitarra jazz è sempre stata relegata al mondo maschile. Le donne nobili o comunque di buona famiglia, dovevano suonare il pianoforte o uno strumento ad arco perché è bello da vedere, elegante».

All’estero è molto apprezzata, com’è stato suonare negli Stati Uniti?

«Per un jazzista l’America è sempre il sogno della vita, quindi è una cosa di cui sono molto contenta, è stato fantastico. Gli Usa si possono criticare sotto tutti i punti di vista, ma non da quello culturale e musicale».

Sta già pensando al prossimo album o il tour la impegnerà? 

«A fine giugno ne ho registrato uno a Los Angeles, che uscirà nel prossimo anno e ne vorrei registrare uno a New York. Nei prossimi mesi tornerò live in America, anche del Sud, e arriveremo fino in Asia».

Elisa Russo, Messaggero Veneto 12 Settembre 2026 

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