C’è un brano che tutti conoscono: la ballata acustica “More Than Words”, diventata un classico degli anni ’90, un successo planetario, spinta anche dal videoclip in heavy rotation. Ma gli americani Extreme sono molto più di quella hit contenuta nel secondo album “Pornograffitti”: un concentrato di hard rock, funk metal, glam, progressive. Arrivano in Italia per un’unica data, giovedì all’Arena Alpe Adria di Lignano nell’ambito del Lignano Sunset Festival (organizzato da Zenit srl, in collaborazione con Città di Lignano Sabbiadoro, Regione e PromoTurismoFVG); aprono, alle 20, i Planethard. Gli Extreme, oltre 10 milioni di dischi venduti nel mondo, nascono nel 1985 a Boston, guidati dal carismatico frontman Gary Cherone e dal virtuoso della chitarra Nuno Bettencourt. Il chitarrista di recente si è fatto notare anche in uno dei momenti più intensi del concerto “finale” di Ozzy Osbourne “Back to the Beginning” a Birmingham, accompagnando Yungblud nell’esecuzione di “Changes”: «Un’esperienza incredibile – commenta Bettencourt –, solo Ozzy poteva metterci tutti insieme. Non posso che ringraziarlo, di tutto».  

Una sola data italiana, negli anni però ci avete suonato spesso.

«In Italia abbiamo un pubblico stupendo, i fans migliori al mondo, mi sento molto legato, la definisco proprio una relazione romantica quella che ho con voi». 

Cosa farete ascoltare a Lignano?

«La scaletta comprende estratti dall’ultimo album e poi dal resto della discografia. Anche se abbiamo quasi completato un nuovo disco, non ci piace anticipare inediti ma far sentire quello che le persone già conoscono».

Dopo tutti questi anni siete ancora freschi ed energici, qual è la formula per mantenere un progetto così vivo?

«Per me l’unica variabile è essere appassionati di quel che si fa. Se viene meno la passione e continui a farlo solo perché è un lavoro è la fine. Non mi sono mai mosso guardando il denaro (altrimenti sarei molto più ricco) ma continuiamo a suonare perché è ciò che amiamo veramente. Non si può fingere, la gente sa distinguere il vero dal falso». 

Come nasce un successo quale “More Than Words”?

«Noi non scriviamo hit, scriviamo canzoni. Quindi non c’era un’intenzione dietro. Certe cose semplicemente accadono. Rimasero tutti sorpresi, noi per primi, anche perché un pezzo acustico difficilmente faceva breccia in radio. La stessa etichetta discografica non ci credeva, sbagliando».

È considerato un virtuoso, tra i migliori chitarristi in circolazione. Che effetto le fa?

«Quando sei giovane e impari a suonare devi prestare attenzione alla tecnica. Ma col passare degli anni il mio rapporto con lo strumento è stato tutt’altro che tecnico, ho smesso di allenarmi per entrare nell’Olimpo. Ho continuato a lavorare sull’aspetto emotivo e creativo. Forse il mio stile si è evoluto lentamente, ma la passione che mi brucia dentro è quella di quando avevo dodici anni».   

Ha dichiarato che, pur amando i fans, non fa nulla per compiacerli.

«Non c’è bisogno di snaturarsi per venire incontro a qualcuno, il pubblico ama la band e la segue per quel che è. Per me un artista che fa canzoni come pensa le vorrebbero sentire gli altri non può essere definito artista, è un venditore di prodotti. Devi “egoisticamente” fare quello che senti ed essere convinto, tu per primo. Poi lo condividi con chi ti sta vicino, famiglia e amici, e solo dopo lo diffondi. È ovvio che non esisteremmo senza i nostri fans, ma so anche che non si aspettano da noi la prevedibilità: vogliono essere stupiti». 

Elisa Russo, Messaggero Veneto 31 Luglio 2025  

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