Il primo album “Dogrel” nel 2019 viene nominato ai Mercury Prize e definito “un debutto perfetto” da The Guardian, mentre il successivo “A Hero’s Death” del 2020 conta la nomination ai Grammy, il terzo “Skinty Fia” vince ai Brit Awards nel 2022. Sono alte le aspettative per “Romance”, in arrivo il 23 agosto, quarto lavoro in studio dei Fontaines D.C., quintetto irlandese tra le migliori espressioni della musica internazionale di questi anni. Sarà possibile sentirne degli estratti dal vivo, assieme a tutti i precedenti successi, lunedì alle 20 al Kino Šiška di Lubiana – a patto di essersi già assicurati il biglietto, poiché la data è andata sold out in un soffio.
Sono stati definiti “la band post-punk più poetica del mondo” e la poesia non è stata tirata in ballo a caso: i membri del gruppo Carlos O’Connell (chitarra, tastiere, cori), Conor Curley (chitarra, cori, basso), Conor Deegan III (basso, chitarra baritona, tastiere, seconda voce), Grian Chatten (voce, tamburello, fisarmonica, chitarra acustica) e Tom Coll (batteria), si incontrano al college musicale di Dublino e il primo interesse che condividono è proprio quello per la parola in versi, tanto da pubblicare delle raccolte di poesie ispirate a Jack Kerouac, Allen Ginsberg, James Joyce, William Butler Yeats. Il passaggio alla scrittura dei testi delle canzoni avviene in maniera naturale, quando il gruppo si forma nel 2017, e i richiami letterari rimangono sempre importanti fin dai titoli come “Bloomsday” e “Nabokov” o i personaggi descritti nei loro testi che “hanno la faccia come il peccato/ e il cuore come un romanzo di Joyce”. Sebbene oggi facciano base a Londra, rimane forte il legame con l’Irlanda, d’altra parte D.C. sta per Dublin City (mentre Fontaines riprende il personaggio di Johnny Fontane de “Il Padrino”). Quasi un’ossessione, quella per James Joyce: «Forse perché – dicono – lo associamo all’immagine della vecchia Dublino». «Dublino nella pioggia mi appartiene/ una città incinta con una mente cattolica»: così cantavano nel brano di apertura del loro disco di debutto, intitolato per altro “Dogrel” da “doggerel”, nome di un tipo di componimento poetico.
Per il nuovo “Romance”, prodotto da James Ford, noto per aver lavorato con Blur e Arctic Monkeys, annunciano però un tuffo in temi più romantici: «Stiamo cercando di spostarci dal cinismo e dall’oscurità degli album precedenti». Non che diventi tutto rosa, a giudicare dai singoli che per ora anticipano il disco: in “Starbuster” si parla di attacchi di panico e dei guai che possono derivare dall’eccesso di analisi e auto-analisi. Mentre i successivi: “Favourite” parla di sogni e “Here’s the Thing” «È un pezzo ansioso – spiega Chatten – che va avanti e indietro tra dolore e indifferenza. Una canzone urgente, che cerca l’autonomia agli estremi delle emozioni».
Non mancheranno i consueti riferimenti visto che un brano s’intitolerà con dei versi dell’Ulisse di Joyce: “Horseness Is the Whatness”. Dopo tre album che descrivono dei luoghi fisici, “Romance” si focalizza su posti immaginari, quelli che possiamo creare con la fantasia perché «L’arte può essere una fluttuante terra di nessuno, che tutti possono raggiungere e toccare». Timidamente ma non troppo, i Fontaines confessano di aver introdotto alcune canzoni che si possono cantare anche negli stadi: se le cose vanno come devono, quella al Kino Šiška potrebbe essere tra le ultime occasioni di vederli nell’intimità dei club.
Elisa Russo, Il Piccolo 12 Agosto 2024

