«Il fuoco sacro non esiste. Quando tredicenne andavo a ballare e c’erano quelli che all’epoca potremmo chiamare “complessini”, notai che chi suonava aveva successo con le ragazze. Ho pensato che se non ne avessi fatto parte, non sarebbe successo niente. Fu così che cominciai a suonare la batteria». Fulvio Zafret ha una concretezza e un senso pratico che non sempre si trova nel mondo della musica. Sarà perché il suo ruolo in studio di registrazione (dal 2002 all’Urban Recording alla Casa della Musica in Via dei Capitelli 3) è proprio quello di concretizzare le idee e i progetti dei musicisti che a lui si affidano. È un rapporto particolare quello che si instaura con gli artisti: per funzionare deve esserci fiducia e collaborazione.  

Le sue doti musicali sono innate? Le sono state trasmesse dalla famiglia?

Sicuramente c’era una certa tradizione musicale, mio nonno suonava la fisarmonica, mia zia cantava, il noto jazzista Gianni Safred era cugino di mio nonno e il compositore Mario Zafred era parente (da notare come alcune lettere del cognome cambiano semplicemente perché in Comune qualcuno sbagliava di scrivere e così c’erano diverse varianti all’interno della stessa famiglia). 

Il primo clima musicale respirato?

C’erano le grandi fazioni, quella inglese del progressive, King Crimson e simili e quella americana rock’n’roll e funky che mi attraeva di più, James Brown, Otis Redding, Blood, Sweat&Tears, Chicago, di cui ho consumato i dischi. Fin dagli inizi ho avuto la fortuna di suonare con i migliori musicisti della zona, per esempio Claudio Pascoli (che mi ha indirizzato un po’ verso il jazz). Trieste ha sempre avuto musicisti fortissimi, è stata una grande scuola. Poi vicino alla fortuna devi metterci un talento. 

Da giovanissimo si ritrova a suonare con Lucio Battisti, com’è andata?

Bazzicavo l’ambiente a Milano, cercavano un batterista e ho lavorato ai provini del disco. Ma ero ancora troppo piccolo, non ero pronto: le incisioni vere poi le ha fatte Walter Calloni. Una soddisfazione mi rimane: tanti pattern di batteria e idee poi finiti nel disco erano miei. Ho ancora una cassettina delle cose che facevamo assieme con Battisti, delle bozze mai uscite. 

Nel 1981, invece, è al fianco di Ron per un lungo tour. Come entrò nella band?

Ron aveva fatto un tour condiviso con Ivan Graziani e la band era tutta triestina: Mauro Berardi alla batteria, Sergio Portaluri al basso, David Sion e Bruno Salmoni alle chitarre, Elvio Moratto alle tastiere. Berardi si ammalò e fui chiamato a sostituirlo. 

Altre esperienze da turnista?

Ho suonato la batteria con Donatella Milani che è arrivata seconda al Festival di Sanremo nel 1983. Ma non era la mia strada. Quando fai il turnista torni a casa e hai una sensazione di vuoto, come se tu non fossi nessuno, mentre Ron resta Ron. Allora volevo trovare qualcosa di mio, che mi rimanga. 

Da qui il lavoro in studio?

Ho la passione per la registrazione fin da piccolo, quando mio papà mi aveva regalato un “gelosino” e andavamo a intervistare le persone per strada. Finché è arrivato questo studio a Barcola, La Torre, forse il primo professionale a Trieste. Abbiamo cominciato a lavorare con Angelo Baiguera a diversi album, e con Gino D’Eliso sia come produttore che come musicista ai dischi “Il Mare” (1976) e “Cattivi Pensieri” (1983).

E Vasco Rossi?

Sono stato ingegnere del suono nel tour di “Bollicine” nel 1986. Lui è una persona adorabile, un entusiasta, che ti gratifica e ringrazia sempre… formidabile.

A Milano ha lavora al Watermelon Studio con Mango, Ornella Vanoni, Charles Aznavour, Mireille Mathieu, Shel Shapiro… Cosa ha imparato in quel periodo?

Il senso della produzione, che è aiutare l’artista a tirare fuori il meglio di sé, senza snaturarlo. Qualche volta gli artisti sono talmente criptici, ermetici che non è semplice, devi trovare il modo e penso parta proprio da una predisposizione che hai, quasi genetica. Io credo molto nel dono di natura, che poi se c’è puoi affinare, ma se non l’hai di base non si può costruire nulla. Servono: dote, passione e lavoro.  

Nel 1987 è al Rimini Studio Records (all’epoca tempio della dance music italiana). Remixa “Rispetto” di Zucchero, registra e mixa Sabrina Salerno, Andrea Mingardi… E poi?

Stavo per trasferirmi lì con la famiglia. Mi arriva una chiamata di un amico che mi indica una possibilità allo studio di Andrea Gemolotto a Udine. Raduno Portaluri (aveva appena finito la tournée con Fabrizio De André, e io con Vasco) e Sion, che era a Roma. Abbiamo avuto questa intuizione: il mercato della dance era florido, perché non metterci assieme e buttarci su quel filone? Eravamo amici con stima reciproca immensa, una squadra rodata. E di successo: vendemmo anche decine di migliaia di dischi. 

Il 2000 è un anno di svolta?

Eravamo cresciuti molto, quando il mercato dance si è arrestato. Gemolotto si è trasferito a Milano. Gabriele Centis, che conoscevo da quando avevo 14 anni, lui jazzista e io rockettaro, mi coinvolge nel progetto dell’Urban Studio. Apre nel settembre 2002, intanto per due anni ho insegnato batteria alla Scuola di Musica 55, dove mia moglie Silvia (Witz Orchestra, Dario Fo), compagna d’avventure, insegna canto. 

La sua ricetta?

Mi chiamavano prezzemolo perché ero dappertutto. Più cose facevo più si aprivano altre porte. Essere disponibili paga, a volte non guadagni abbastanza, ma io scelgo sempre di fare. Oggi ci hai rimesso, domani arriva qualcosa di buono. È un circolo. 

Ha un libro o un autore che sente vicino?

Di Castaneda ho letto tutto e più volte. Sono pragmatico, non vibrazionale ma lui in gioventù mi aveva segnato molto. Secondo me il succo è che tutto quello che fai nella vita non serve, perché tanto alla fine muori comunque. Inutile angustiarsi perché una cosa è andata male, o esaltarsi se una va bene. 

BIOGRAFIA

Fulvio Zafret nasce a Trieste nel 1952. Muove i primi passi nella musica come batterista, arrivando a suonare con Lucio Battisti e Ron. Parallelamente nasce la passione per il lavoro da studio, come tecnico del suono e produttore, e anche qui sarà al fianco di big come Vasco Rossi. Al tempo stesso lavora con artisti locali di spessore, a partire da Angelo Baiguera e Gino D’Eliso. Ha lavorato ai dischi di Afrika Bambaataa, Richard Galliano, Omar Hakim, Lenny White, Vinnie Colaiuta, curato remix per Jovanotti e Malcolm McLaren (Sex Pistols). Tra l’85 e il ’95 ha prodotto molta musica dance guadagnando alcuni dischi d’oro in giro per il mondo (Mo-do “Eins, zwei, polizei”, Dj Visage “Formula”).

L’URBAN RECORDING

Dal 2002 Zafret è responsabile dell’Urban Recording Studio, studio di registrazione annesso al centro servizi alla produzione musicale Casa della Musica, in Via dei Capitelli (struttura inserita nel Progetto Tergeste predisposto nell’ambito dell’iniziativa comunitaria Urban, co-finanziato dalla Comunità Europea). «È una finestra sul mondo, abbiamo musicisti che vengono da ovunque». Qualche nome: Al Foster Quartet, Stef Burns, Rachel Z, Jayla Brown, Alfredo Lacosegliaz, Mike Sponza, Eddie Cat fino ai recenti Big Big Train, band inglese con il nuovo cantante triestino Alberto Bravin. Leggendario il passaggio di Snoop Dogg nel 2005, con tanto di guardie del corpo e assistente personale.  

Elisa Russo, Il Piccolo 22 Luglio 2023 

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