GINO PAOLI “Cosa farò da grande – i miei primi 90 anni”

«Te devi sperar de non aver mai un fiol come ti!» gli diceva, in dialetto, la mamma quando era una piccola peste. Un caratterino che ha mantenuto sempre, ma a un artista che ha regalato canzoni come “Sapore di sale”, “Il cielo in una stanza”, “Senza fine”, “Che cosa c’è”, “Quattro amici”, “Una lunga storia d’amore” si perdona tutto. Di queste hit e di molto altro racconta il libro Cosa farò da grande – i miei primi 90 anni”(Bompiani, pagg 320, euro 22) di Gino Paoli con il giornalista e romanziere Daniele Bresciani. Gino Christian Ugo Paoli nasce il 23 settembre 1934 a Monfalcone, nella casa di famiglia materna, giusto il tempo di scattare una foto e lasciano il Friuli-Venezia Giulia per trasferirsi in Liguria, a Pegli nel genovese. La storia d’amore dei suoi genitori, conosciutisi una domenica d’estate al mare, comincia al circolo ufficiali di Monfalcone: il papà Aldo si trovava in città perché al momento vi operava il più grande cantiere di allestimento di navi da guerra. Geni asburgici da una parte e maremmani dall’altra, con qualche ferita che il cantante così ricorda: «Parte della famiglia di mia madre è scomparsa, morta infoibata. Non erano militanti fascisti, ma persone normali, persone buone, catturate nottetempo dai partigiani di Tito, che voleva prendersi Trieste e Monfalcone, uccisi a bruciapelo, e poi buttati giù nelle foibe». Con Trieste (e i suoi “matti”) manterrà un filo: negli anni 70 conosce Peppe Dell’Acqua «un uomo eccezionale, siamo rimasti amici. Il nostro è un legame che non si spezza» che lo inviterà per tre concerti al parco di San Giovanni: il primo solo per i pazienti del manicomio, nel 1973 per utenti e familiari e l’ultimo nel 1978, anno dell’entrata in vigore della legge Basaglia. Grande amante delle città di mare, è Genova che gli fa da casa, dove con Tenco, Lauzi, De André, Bindi costituisce la cosiddetta scuola genovese. Con Tenco il rapporto è stretto, descrive l’amico come «per niente malinconico, depresso, schivo, ombroso… Al contrario era uno che amava gli scherzi» e definisce il suo suicidio «un colpo di teatro pensato male e finito nel peggiore dei modi». Forse un tentativo di emulare il gesto folle di Paoli stesso, che la notte dell’11 luglio 1963, quando ha meno di trent’anni, donne bellissime, successo, una Porsche e una Ferrari in garage «avevo tutto – dice – ma non sentivo più nulla», si spara al petto, per «vedere cosa c’è dall’altra parte». Quel proiettile è ancora lì, si è infilato nel pericardio, in un punto che sarebbe stato pericoloso cercare di togliere. La morte l’ha schivata altre volte. Come quando è la gatta Ciacola che lo salva: l’animaletto sviene e così lui si mette in allarme scoprendo che c’è una perdita di gas dalla bombola. A Ciacola, insomma, deve più del successo della canzone che gli ha ispirato: a gennaio 1960 “La gatta” non se la fila nessuno e vende 114 copie, ma d’estate schizza prima in classifica e la suonano tutti i juke-box d’Italia. Gatti, cani ma anche animali esotici, non mancano mai nella sua vita. Come non mancano le donne: Ornella Vanoni, le tre madri dei suoi cinque figli – Stefania Sandrelli, le mogli Anna e Paola -, un’amante a ogni porto (ovvero ogni tappa dei tour). «Se fossero le donne a guidare i governi di tutto il mondo, le guerre finirebbero all’istante. Perché sono più pratiche, più sensate di noi». Provocatore, anarchico, per sua ammissione ha fama di “rognoso” con la stampa – d’altra parte come non perdere le staffe quando un giovane intervistatore oggi gli chiede “lei da quanto tempo canta?”, “vattelo a leggere prima no?”, per non parlare delle volte in cui ha dovuto rispondere all’originale “nasce prima il testo o la musica?”.

Dopo essersi tanto “denudato”, scrive però: «Il mondo della musica e dell’arte in genere è pieno di persone capaci di opere meravigliose che poi nella vita privata hanno un carattere di merda. Vale per tutti gli artisti, vale anche per me. Sarebbe meglio limitarsi a conoscerle attraverso le loro creazioni e non incontrarle mai». E mentre il novantesimo compleanno si avvicina, assicura che quando arriverà il momento e si troverà dinnanzi al creatore: «Gli domanderò perché mi ha lasciato quaggiù così tanto».

Elisa Russo, Il Piccolo 18 Febbraio 2024 

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