«Il dialetto per me è la lingua del cuore. Se devo dire qualcosa che sento profondamente, o anche se mi arrabbio, lo uso. E allora perché non scrivere i testi delle canzoni in triestino?». È una storia peculiare quella della Hierbamala, band reggae-rocksteady che fa base a Varese, dove vive da più di trent’anni il leader, cantante e paroliere triestino Carlo “Premdhyan” “Pindi” Sandrin. In attività dal 1997, concerti in tutt’Italia e fuori, tre album all’attivo e ora una serie di freschissimi singoli, tutti con i testi in triestino: “Sé quel che magnè”, “La spina” e in questi giorni esce su tutte le piattaforme digitali “Eva”, che canta della “bissa inamorada” (qui il serpente non tenta Eva bensì ne è innamorato) con un son cubano da ballare e uno sguardo alla Jamaica; seguiranno nuove canzoni con cadenza poco più che mensile, fino a formare l’intero album “Omnia Sunt Communia” (Rehegoo Music).

«Il dialetto mio – spiega Sandrin – qua non lo capiscono, ma piace perché suona bene, sono convinto che le stesse parole in italiano suonerebbero finte. Può assomigliare allo spagnolo, si sposa con le melodie. E in fondo l’inglese del rock’n’roll alla “Tutti Frutti” chi lo capiva?». Il cantante e chitarrista classe ’63, ha un passato musicale che comincia in città: «All’ex Opp – ricorda – c’era un intero padiglione con le stanze di contenzione riconvertite in sala prove gratis, trovavi Steel Crown, Revolver, gruppi punk che suonavano giorno e notte», al fianco di amici musicisti oggi affermati (ed emigrati all’estero) come Giancarlo Spirito e Maurizio Ravalico. «Con Ravalico – prosegue – ho tenuto il mio primo concerto. E poi ho frequentato la scuola agraria a Cividale, il mio compagno di banco era il bassista dei Detonazione, scappavamo a Zugliano e c’era un gruppone con il sassofonista dei DHG, arrivavano da Pordenone quelli del Great Complotto, altri da Trieste». Gira l’Europa con i Running Stream che diventano un culto per gli amanti della musica garage e i collezionisti di vinili finché rocambolescamente si ritrova in «Un esodo degli arancioni di Osho, prima verso la Puglia e poi verso il Lago Maggiore, ci siamo radunati in una comunità e dopo, verso la metà degli anni ’90, ci siamo sparpagliati di nuovo in giro per il mondo, Berlino, Londra ma io sono rimasto in provincia di Varese». Nel ’97, dopo aver sperimentato diversi generi, trova una strada: «Ero stato in India, dove si faceva meditazione e per me il reggae era la musica che ti fa ballare dentro quando chiudi gli occhi. Il reggae è la tavolozza dei colori giusti. Ma la cosa che mi ha cambiato completamente è l’incontro con la musica di Manu Chao, “Clandestino” è stato un’illuminazione, mi ha fatto capire che potevo fare canzoni in triestino sull’impianto della patchanka, il rock, rocksteady». Sandrin ha anche esperienze radiofoniche: dagli esordi in città con RadioAttività fino al lavoro come responsabile ufficio pubblicità di Rete 8 a Varese. «Vivo a Biandronno da più di trent’anni, ma ho un filo costante con Trieste, dove ho i genitori, un figlio e un nipote, cugini, parenti e amicizie». Con un occhio anche alla musica locale: «Dico la verità, sono un po’ invidioso di Toni Bruna – confessa –, la prima volta che l’ho sentito ho pensato: “io sta roba la faccio da anni e tutti a dirmi che il triestino si può usare solo per ridere”! E invece, guarda Toni Bruna: semplice, diretto, poetico: si può fare, il dialetto offre una possibilità di scrittura ricca di sfumature e profondità».

Elisa Russo, Il Piccolo 17 Gennaio 2022

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