Uno spaccato dalla periferia triestina con uno sguardo delicato sulla storia di un uomo – forse come tanti nella caduta, ma esemplare nella risalita – e una bella colonna sonora (locale): questi gli ingredienti che hanno portato alla vittoria del documentario “Ho guardato il cielo”, diretto dai triestini Federico Cherchi e Pietro Bettini, premiati al Milano Short Film Festival nella sezione “Best Documentary Short Film”. La musica ha un ruolo fondamentale nei sei minuti del cortometraggio, a cura del musicista Angelo Mallardo (Kalpa), Matej Sancin al sound design e il sound supervisor Giulio Rosatelli. La chicca finale è il brano “Un posto” di Toni Bruna, dall’album “Fogo Nero”: «In fase di montaggio – racconta Bettini – ci siamo resi conto che non potevamo immaginare un’altra canzone, tanto che il documentario è diventato “tonibruna-centrico”, se non ci avesse dato il permesso di utilizzo sarebbe saltato tutto. Per fortuna ci siamo incontrati e trovati subito, lui è molto cinematografico nel suo modo di pensare la musica». «Nel narrare questa storia – aggiunge Cherchi – ci siamo fatti influenzare dall’estetica di Toni Bruna». 

Il protagonista è Mario, che tutti fin da bambino chiamano Marino, ha 66 anni e fa il custode di un campo di calcio. Definisce la sua vita “emblematica”. Spensierata in gioventù e poi duramente segnata dalla dipendenza dall’alcol che ha spazzato via tutto. E in vecchiaia, si pagano le conseguenze. Viene da una famiglia di quattro fratelli, tutti pescatori. Dalla fabbrica Mario è scappato, così come da scuola. E allora a 14 anni il papà lo porta in barca, a pescare. Dove è rimasto per quarant’anni, finché ha potuto. «La dipendenza – dice – non è un gioco, prima o dopo ti piega come l’acciaio». «Alzate la testa, guardate in alto»: sono le parole di una dottoressa di alcologia. E così Mario ha guardato il cielo, metaforicamente ma anche letteralmente, scoprendo in città palazzi e monumenti a cui non aveva mai fatto caso per vent’anni. «Da uomo di mare so che l’onda devi sempre prenderla di prua, di petto». 

Federico Cherchi, classe ’92, origini sarde, è educatore alla Duemilauno Agenzia Sociale: «Giocando con la squadra Real Androna (legata al centro dipendenze di Androna degli Orti) sono entrato nell’orbita di questo personaggio per me affascinante, caratteristico di una Trieste che forse non c’è più, il guardiano del campo da calcio. Dopo tanti caffè e sigarette a San Giacomo abbiamo deciso di raccontarne la storia. Continuo a incontrarlo e spesso gli porto specialità casalinghe sarde che mi mandano i miei».  

Pietro Bettini, triestino classe ’95, lavora con i video e la fotografia soprattutto nel settore musicale, «Mi ha colpito molto Marino, soprattutto quando a domande specifiche sul suo passato, sui rimpianti che ha, si è aperto con noi in maniera inaspettata e sincera».  

Il protagonista sa come descriversi, usa un linguaggio che sembra frutto di una sceneggiatura: «Invece – conclude Cherchi – abbiamo semplicemente acceso la telecamera e lui si è espresso così. Sa di essere un modello positivo per persone che stanno affrontando il problema della dipendenza. Ha smesso di guardarsi i piedi, il passato e ha alzato lo sguardo al cielo. Cambiando prospettiva ha cominciato a modificare quotidianamente la sua vita con piccoli gesti». 

Elisa Russo, Il Piccolo 3 Febbraio 2024 

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