IL PICCOLO RUBRICA DISCHI DI ELISA E RICKY RUSSO: CASINO ROYALE E BON IVER

Artista: Casino Royale
Titolo: «Io e la Mia Ombra»
Etichetta: Universal

«La gente torna a casa e non riesce più ad uscire/ molti escono di casa e non vogliono tornare»: i tempi moderni visti attraverso lo sguardo tagliente dei Casino Royale nel singolo che dà il nome al nuovo album «Io e la mia ombra». Brano azzeccato, orecchiabile e radiofonico. Un ritorno in grande stile per la band milanese esperta nel miscelare dub, pop, musica elettronica, funk, soul, rocksteady. Dopo qualche anno di assenza dal mercato discografico, realizzano un album ricco di episodi assolutamente degni dei loro vecchi successi. Non solo l’omonimo singolo, ma anche brani come «Ogni Uomo Una Radio», già diventato un inno per il pubblico ai concerti. Quasi un concept sulla vita metropolitana, con la sua «Solitudine di Massa» malattia dell’anima che attanaglia l’amata/odiata Milano («Città di Niente»). Soli, soli con la propria ombra. Ma non c’è solo nevrosi e buio, c’è anche l’apertura e la consapevolezza di camminare come funamboli: stare lucidi e non perdere l’equilibrio è fondamentale. «Stanco Ancora No» ci dice Alioscia, che questa volta si è affidato anche alla collaborazione con lo scrittore Gianni Miraglia.

Non delude, anzi mette d’accordo critica e pubblico il secondo splendido album del cantautore americano indie-folk Justin Vernon alias Bon Iver, intitolato semplicemente «Bon Iver» (4AD/Self) e pubblicato 4 anni dopo l’esordio folgorante «For Emma, Forever Ago» (Jagjaguwar).

Da un capanno innevato in mezzo ai boschi del Wisconsin, dove registrò in solitudine il suo primo disco per lenire le sofferenze amorose, il ragazzo barbuto ne ha fatta di strada! La fama mondiale, le collaborazioni con Peter Gabriel e Kanye West, la partecipazione alla colonna sonora di «Twilight»: Bon Iver moderno Thoreau, ha bruciato le tappe in tempi brevi, incarnando ancora una volta il mito del Sogno Americano.

Il suo nuovo lavoro discografico riesce miracolosamente a mantenere l’intensità e l’urgenza espressiva del precedente «For Emma, Forever Ago», pur sfoggiando una diversa stratificazione e complessità dal punto di vista della struttura dei pezzi, registrati questa volta in uno studio più professionale (costruito per l’occasione nei sotterranei di una ex clinica veterinaria…), con l’apporto di una nutrita schiera di musicisti.

La ragione sociale del progetto è una storpiatura del francese “bon hiver”, “buon inverno” perché: «Questo disco parla dell’Inverno – spiega l’autore -, di ciò che significa: la morte di ogni cosa, la rinascita di ogni cosa».

Hanno dato il loro prezioso contributo a Bon Iver (si chiama così anche la band di Justin Vernon…), oltre ai componenti “fissi” – Mike Noyce, Matt MacCaughan e Sean Carey – anche Greg Leisz (Lucinda Williams, Bill Frisell), il sassofonista Colin Stetson (Tom Waits, Arcade Fire), Mike Lewis (Happy Apple, Andrew Bird), C.J. Camerieri (Rufus Wainwright, Sufjan Stevens), Rob Moose (Antony and the Johnsons, The National) e alcuni membri dei Volcano Choir.

Ne sono uscite 10 tracce tinte di blues, che spaziano dall’indie-folk, al soft-rock, passando per il soul-gospel. Svetta la voce in falsetto di Justin Vernon, ma colpisce soprattutto l’atmosfera avvolgente e cinematica del disco, caratterizzato, nonostante l’impiego di mezzi, da una certa intimità e delicatezza (il filo rosso che unisce le canzoni è l’ambientazione di Eau Claire, dov’è cresciuto l’autore…).

Il primo singolo «Calgary» rappresenta bene lo spirito delle nuove composizioni. «È una metafora, non ci sono mai stato – rivela Vernon. – Parla di ciò che non conosci. Una canzone piena di speranza, come una promessa nuziale rivolta ad una persona che non hai ancora incontrato. Come dire: guarda, forse finisco per imbattermi in te lungo il mio percorso, non so chi tu sia, ma sento che ci sei nel mondo lì fuori, dopo tutte le sciagure che ho attraversato, credo ancora esista il vero amore, credo in questo mistero: bisogna invitarlo nella propria vita e crederci».

Nel finale di «Beth/Rest», quando Vernon canta “I ain’t livin’ in the dark no more /Non vivrò più nell’oscurità” è chiaro che non sta danzando nella luce del giorno, ma piuttosto si sta muovendo verso una nuova luce…

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