
Dicembre 2010, Studio Jork, Villa Decani, Capodistria, Slovenia. I Benvegnù registravano “Hermann”. Io e Ricky andammo a trovarli e scattai questa foto per l’intervista uscita poi su Il Piccolo.
Sembra tutto così lontano e prezioso, a pensarci ora. Un regalo.
Paolo nella sua maestosità che abbraccia me e Ricky sovrastandoci e ci dice «Io vorrei vivere nella cameretta dei Russos a fare discorsi tipo Carmelo Bene sotto assenzio».
«In questa zona ci sono gli ulivi – diceva Paolo di Dekani – i miei preferiti, tutti i posti che amo nella mia vita, la Toscana, il Lago di Garda, la Puglia, la Slovenia, hanno questi alberi. Poi mi piace come sono spartani i bar, i ristoranti, le persone, i giornali, i mercatini… è molto più formativo rispetto al centro commerciale italiano e all’idiozia tette-culo. Sono solo 10 km da Trieste ma è un’altra aria. Quando una persona ha tutto, ha troppo, ha sempre il bisogno di qualcosa di nuovo. Qua mi sembra che la novità sia la vita stessa. Ed è una grande cosa. Poi ovviamente non capendo la lingua… è molto facile mitizzare ciò che non conosci. Anche adesso chissà cosa staranno dicendo di noi, che non capiamo!».
«Siamo venuti qua perché è un posto bellissimo – aggiungeva – perché c’è una persona (Jadran Ogrin – nella foto con i Benvegnù ndr) che sembra un custode di idioti. Cioè: lui è un custode vero. E noi degli idioti veri. Ci sembrava un posto perfetto per registrare. Ci siamo trovati bene con Jadran, ci siamo trovati benissimo in Slovenia. A me sembra di poter percepire, per quanto la nostra sia una condizione molto rarefatta (non vivendoci), che qui ancora la vita non sia corrotta come in Italia o quanto meno sembra ci siano dei valori più semplici. E noi siamo persone semplici, fondamentalmente. Siamo felicissimi di essere qui».
Sono giorni che vorrei trovare le parole giuste, ma le parole giuste ce le aveva sempre lui.
Il 31 dicembre se l’è portate un attimo via tutte, lasciandoci senza respiro.
Paolo Benvegnù era il re degli abbracci. Abbracciava le persone. Abbracciava la vita. Provo a immaginare l’impegno che c’era dietro, per una persona che comunque aveva i suoi tormenti/sfinimenti, le sue parti buie. Perché siamo sinceri: essere gentili, accoglienti, sorridenti, generosi, curiosi, empatici è uno sforzo sovraumano. Ma è una reazione allo schifo che ci circonda: caro mondo, io non ci sto. Ecco qui un po’ di bellezza e poesia da mettere in circolo. Anche quando tu mi dai le sberle.
L’umiltà, la modestia è stata un’altra scelta precisa che Paolo ha fatto – ipotizzo dopo l’esperienza con gli Scisma, finiti per troppo amore come diceva lui, in cui aveva riposto tutte le sue aspettative, risultando quasi ossessivo «Con gli Scisma proprio non mangiavo e non dormivo: ero diventato una specie di asceta, non si può, è troppo». Anche a suo discapito, prendendosi il rischio di farsi sempre solo sfiorare dalle cose, dalle occasioni. «Ma io lascio che le cose/ passino e mi sfiorino/ Perché non sono in grado di comprenderle».
Sembra una beffa che il premio Tenco, il passaggio da Bollani fossero arrivati adesso? Non più di tanto. Paolo aveva un pubblico attento, devoto, recensioni stellari e i suoi riconoscimenti, l’avevo sentito una volta che era appena stato ospite in tv dalla Dandini, gli avevo chiesto cosa succedeva dopo un passaggio in Rai: «Non mi sposta una virgola». Si diventa ricchi e famosi per essere stati ospiti a “Via dei Matti” o aver vinto il Tenco? Certo che no. La massa non è così che si sposta. E poi, la massa, cosa mai potrebbe trovare nei dischi di Benvegnù? Meritava di più. Sì, ma questo di più non ha forma e misure concrete. Io credo che non sarebbe mai uscito dalla sua nicchia perché avrebbe comportato la perdita di una fetta di libertà, di ostinata purezza. «Innanzitutto, non sono in grado di reggere la pressione delle regole del marketing rispetto alle scelte di passione e di cuore. E dal punto di vista umano ed artistico sento che devo stare tra i miei simili». La sua etica, la sua intransigenza, sono state il fulcro della sua arte. I suoi simili: quando li riconosceva li faceva sentire speciali, capiti, amati. Nemici? Ne aveva eccome, ma era sempre elegante: la sua arma era il sarcasmo, la stoccata, non era uno che scivolava nel cattivo gusto, non si abbassava.
Ho dei ricordi bellissimi dei concerti al Tetris, in estate sulle rive di Trieste, Etnoblog ma soprattutto della registrazione di “In Orbita” su Tv Capodistria. Ho trovato questa cosa scritta allora, e forse è un bel ritratto (sicuramente sincero) da conservare/incorniciare; così lo vedevo dopo una giornata passata assieme a gennaio 2009:
Lui è un uomo d’altri tempi. Un gentiluomo, un romantico. Uno che ti fa il baciamano e s’inchina, ma tipo dieci volte nel corso della giornata. Che si definisce un animo femminile imprigionato nel corpo di un pastore bergamasco. Uno che non ha dimenticato l’uso del grazie e del per piacere.
Prima di entrare nello studio tv per registrare, abbraccia me e Ricky e dice:
«ahhhhhh non è possibile avere 900mila anni e ancora cagarsi addosso prima di suonare!».
È proprio teso, fa a coltellate con sé stesso, suda.
Si vede che ci mette tutto, ci crede fino in fondo.
Ha il fuoco sacro che arde, è ispirato.
E giura che quando non lo sarà più, smetterà di fare i dischi, che non rimarrà sulle scene come tanti che per buongusto sarebbero dovuti scomparire da tempo.
Mi vengono i brividi più volte, durante i suoi concerti.
Tocca delle corde, arriva dentro.
Penso potrebbe anche viverci bene con sta roba, ha lavorato con Bollani, Irene Grandi, ha vinto il premio Ciampi con gli Scisma, ha fatto teatro, cinema, la stampa scrive che è un genio, che il suo ultimo disco è un capolavoro.
Ma lui non ha neanche una casa.
Dorme sul divano del suo studio. Ha vissuto perfino in macchina.
E ha da lavare la biancheria degli ultimi sei mesi, mi dice.
Ma ha una dignità enorme in tutto quel che fa.
Vuole fare le sue canzoni, finché gli vengono.
«Bisogna essere giusti. Nella giustezza non c’è cinismo. Solo saggezza oppure senso. Essere cinici è solo conveniente. Ma vivere situazioni di convenienza non è più nelle mie corde. Mi emoziono e ne sono felice. Non mi importa della mia posizione sociale».
Paolo si definisce un idiota, che ama i dettagli. Si innamora delle persone, delle cose, dei film, dello studio Koper tv, delle mie scarpe, della Piazza di Capodistria, del campanile. «Mi faccio prendere proprio. Magari qualcuno mi considera un idiota, e va bene, ne sono felice, perché ho questo animo romantico, sensibile, femminile piuttosto che maschile. Accettare questa debolezza mi ha fatto trovare la centralità del mio essere».
Dice che le cose di un certo tipo, secondo lui, funzionano più nell’assenza che nella presenza: è come quando hai qualcuno che ami e la cosa ti sta stretta, ma poi quando vi allontanate ti accorgi dell’intensità di quel sentimento.
O di come pensi spesso alle cose che non gli succedono piuttosto che a quelle che gli succedono.
Le canzoni di Benvegnù ti ammazzano.
Lui allora, per non uccidere il pubblico, inframmezza i pezzi con chiacchiere da cabaret.
È uno talmente vasto che in una giornata sola (ma anche nel corso di un concerto), riesce a toccare altissime vette di pathos, raffinatezza, goliardia, candore, acutezza, pesantezza, leggerezza. Pochi riescono a stenderti con l’oscurità di una canzone, e qualche secondo dopo farti piegare dalle risate. Senza che le due cose stridano o si sovrappongano.
L’8 aprile 2008 Paolo Benvegnù aveva suonato per la prima volta al Tetris di Trieste, accompagnato da Andrea Franchi (batteria e organo), Luca Baldini (basso e contrabbasso), Guglielmo Ridolfo Gagliano (chitarra e violoncello) e Igor Cardeti (chitarra), formazione che ho adorato. E qui c’è un aneddoto abbastanza divertente che diventerà un nostro tormentone.
Paolo, vestito nero e cravatta rossa, presenza carismatica e ciuffo biondo, sul palco del Tetris esordisce: «Ciao a tutti noi siamo i Linea 77 e faremo delle canzoni arrabbiate su come si vive nella periferia torinese!». Bene: il giorno dopo esce la mia recensione della serata e il titolo è “Successo dei Linea 77 al Tetris”. Questa cosa, ovviamente, farà ridere di gusto Paolo, e diventerà il nostro tormentone, tutte le interviste successive cominciano con: “Dunque, il tuo progetto nasce nelle periferie torinesi, raccontami”. Era il nostro rito scemo.
C’era sempre da ridere, riflettere, stare bene: quante persone nella vita ci fanno questo effetto? E quanto ti spezza perderle?
Cerco di ricordare ogni incontro, intervista, concerto. Riascolto le canzoni.
È tutto da mettere in uno scrigno.
Sono triste, molto triste, ma penso che tutto l’amore che Paolo ha riversato in ogni suo gesto sia energia buona condivisa, che deve continuare a circolare. Non può finire qua, non deve finire qua. Se tu propaghi bellezza, contro ogni logica, contro ogni interesse e anche contro la forza di gravità, allora stai dimostrando che un cambiamento lo si può attuare. Perché anche le cose belle possono essere contagiose.
Hanno scritto che era impossibile non volerti bene, e ti vedo schernirti, dire che tu ti trovi insopportabile. Hanno tirato in ballo il discorso di Moravia al funerale di Pasolini, che di poeti in un secolo non ne nascono tanti e qui ti vedo fare una battutaccia o citare il poeta fingitore di Pessoa, ti immagino perfino dire che andare da Bollani ti ha portato sfiga, ti immagino pubblicare altri album bellissimi e come dici tu “inutili”, andare a Sanremo (“raccontami di quella volta che hai vinto Sanremo” per fortuna questa domanda surreale te l’ho fatta davvero), una statua a te dedicata in Piazza Tito a Koper, soprattutto voglio immaginarti vedere crescere tua figlia e goderti ogni momento con lei, in fondo credevi nelle realtà parallele, e ora ci voglio credere anche io, e continuare, continuare a immaginarti. Qui con noi, a frantumare le distanze, superare resistenze.
Grazie Paolo, grazie.
Per sempre.
Io voglio assaporare ogni secondo che avrò
Io sono un uomo
Io sono insicuro
Io sono il padre, la madre e il figlio
Io sono il vertice, io sono l’assoluto
Io sono il genio, io sono il mio assassino
Ma sono l’ultima cosa che mi rimane
Sono l’ultima cosa che mi rimane
