INTERVISTA A STEVE VAI, A UDINE L’01.07.22

Considerato da molti il più grande chitarrista di tutti i tempi, nei suoi oltre quarant’anni di carriera Steve Vai ha venduto più di 15 milioni di dischi, vinto tre Grammy Awards e registrato con leggende quali Frank Zappa, David Lee Roth, Whitesnake. Con il suo “Inviolate Tour 2022” fa tappa al Castello di Udine (per UdineVola) venerdì primo luglio; in apertura alle 20.30 l’udinese Gianni Rojatti vs Dang! «Una delle cose che adoro dell’Europa – racconta il guitar hero americano – è la cultura, quando ero più giovane non la capivo ma ora che sono in tour da 42 anni almeno, sono felice di viaggiare, scoprire le diverse architetture, culture, gastronomie, usi e costumi, tradizioni, persone. Ogni paese ha qualcosa di unico, bello e interessante. L’Italia in particolare per me è potente, i miei nonni erano italiani emigrati in America e sono cresciuto con la cultura italiana in famiglia».

È vero che Frank Zappa la definiva il suo “piccolo virtuoso italiano”?

«Sì, era divertente; anche Frank aveva origini italiane e adorava l’Italia».

Le piace la parola “virtuoso” con cui spesso la definiscono?

«All’inizio ne ero un po’ imbarazzato. Ma poi l’ha detto Zappa… e negli anni mi sono reso conto che lo sono, e posso esserne orgoglioso».    

Che effetto fa essere di nuovo in tour?

«Sono passati anni, sono successe tante cose. Ho registrato un nuovo album, “Inviolate”, ho compiuto 62 anni, ho superato dei problemi di salute con due operazioni alla spalla quindi non sapevo come sarebbe andata sul palco (esercitarsi a casa è ben diverso). Quando mi sono reso conto di riuscire a fare quello che facevo prima, mi sono rilassato e focalizzato a suonare, le nuove canzoni richiedono tutta la mia concentrazione».

La scaletta a Udine?

«Non mancano le canzoni che il pubblico si aspetta come “For the Love of God”, “Tender Surrender”, “Bad Horsie”, poi tanti estratti dall’ultimo disco, qualche pezzo mai eseguito dal vivo; uno spettacolo godibile, assieme alla grande band che mi accompagna da vent’anni, Dave Weiner alla chitarra, Philip Bynoe al basso e Jeremy Colson alla batteria».

Che cosa le passa per la testa mentre suona?

«Tante cose, alcune sono veloci e automatiche, accademiche. Ma cerco di non pensare affatto, il mio sforzo è di essere con la nota che suono in quell’istante, dentro. Quando succede sono rilassato, e ciò che sento arriva al pubblico». 

Ha dichiarato che la musica non è la sua vita, ma una cosa che fa nella vita. Ci spiega?

«La vita è più grande, è fatta di tutte le cose che ti danno gioia, dare voce alla mia creatività e comporre è una, c’è la mia famiglia, i miei amici, i miei fan, lo studio di me stesso. Le persone non si rendono conto del potere che hanno, si lasciano sopraffare da cose che ritengono stressanti. Rinunci alla tua indipendenza quando pensi di dover cambiare per rientrare in uno standard o rendere qualcun altro felice. Non è il mondo fuori a stressarti: sei tu a permetterglielo». 

Ha mai pensato di essere stato chitarrista e compositore in una vita precedente?

«Il tempo è un’illusione della mente umana, non esiste. C’è solo il qui e ora. Siamo connessi al tutto, in ogni momento, una parte di te va e torna, accumula esperienze, strumenti, interessi, abilità e talenti. Sì, veniamo al mondo già con certi doni. È ovvio. Da piccolo ero buono a nulla, eccetto la musica, credo che ci portiamo certi bagagli da vite precedenti ma non nel senso della reincarnazione immaginata dalla limitata mente umana, è qualcosa di più grande».

Elisa Russo, Il Messaggero Veneto 1 Luglio 2022 

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