«La band, già prima di incontrarmi, era innamorata dell’Italia e aveva questa idea di venire qui a registrare. Quando sono entrato in formazione hanno deciso di concretizzare il sogno»: il cantante e polistrumentista triestino Alberto Bravin, dopo sette anni nella PFM, da aprile 2022 frontman (voce, chitarra, tastiere) dello storico gruppo progressive rock britannico Big Big Train, non ha avuto difficoltà a convincere i suoi nuovi compagni ad affidarsi all’Urban Studio di Casa della Musica a Trieste per il quindicesimo album della loro carriera. “The Likes of Us” (InsideOut/ Sony), in uscita il primo marzo, è anticipato da tre singoli, di cui uno intitolato “Miramare” in omaggio a quei giorni in cui i Big Big Train hanno lasciato le loro case in Inghilterra (Spawton e Lindley), Usa (D’Virgilio), Svezia (Sjöblom) e Norvegia (Holldorff) alla volta dell’Urban Recording in Cavana. E sempre il primo marzo il tour partirà dal Nord America, mentre per l’estate sono state annunciate date in Europa (per ora nessuna tappa in Italia). «Gregory Spawton, bassista e fondatore della band – racconta Bravin – mi aveva visto con la PFM a Londra nel 2015, si era segnato il mio nome per un’eventuale collaborazione. Quando purtroppo il loro frontman David Longdon è morto in un incidente gli sono venuto in mente e mi ha contattato».
Degli otto brani del nuovo album, ben cinque portano anche la sua firma. Come è nata, per esempio, “Miramare”?
«Avevo scritto la parte strumentale e linee vocali, a quel punto ho proposto a Spawton di scrivere lui il testo. “Di cosa parliamo?”, mi ha chiesto. Gli ho raccontato di Massimiliano, Carlotta, il castello di Miramare. Essendo appassionato di storia si è subito comprato libri sull’argomento, si è fatto una full immersion sugli Asburgo, ed è ritornato da me con il testo pronto. È stato lui a proporre il titolo, che gli suonava particolarmente esotico. Ne sono orgoglioso».
Come li ha convinti a registrare a Trieste?
«Ci siamo guardati intorno, la regola principale della ricerca era trovare uno studio con una sala di ripresa che ci permettesse di stare tutti assieme in una stanza per registrare alla vecchia maniera, non ognuno da remoto come si tende a fare oggi. Ho proposto allora questo bellissimo studio nella mia città, l’Urban. È stata un’ottima scelta, un’esperienza splendida».
La permanenza in città?
«Già l’arrivo dall’aeroporto, dalla costiera è stato per loro sbalorditivo. Abbiamo avuto la fortuna di beccare giornate di maggio con un clima fantastico, la città piena di turisti, sono rimasti entusiasti oltre le aspettative. Noi triestini a volte non ci rendiamo conto della bellezza che ci circonda».
E il lavoro in studio?
«Una scelta vincente, musicale e personale. Abbiamo passato dieci giorni assieme ed essendo una band internazionale con provenienze geografiche diverse non ci capita di vederci così facilmente. Ogni momento è prezioso per far crescere i rapporti e quelle ore assieme hanno aiutato molto a conoscerci meglio. Ascoltando il disco penso ci si renda conto del lavoro organico all’interno. Dal vivo si potrà sentire l’autenticità dell’album».
Ha coinvolto professionalità locali?
«Avevamo con noi il fonico della band, ma l’apporto di Fulvio Zafret e Giulio Centis è stato prezioso, sono stati indispensabili nello studio, super professionali. E poi ci siamo affidati al fotografo Massimo Goina, che ha avuto questa intuizione di fotografarci a Barcola: ora le foto scattate ai topolini fanno il giro del mondo».
Elisa Russo, Il Piccolo 05 Marzo 2024

