«Ho immaginato il suono delle sfere, dei pianeti e dello spazio profondo e abbiamo provato a riprodurlo. Ho voluto sperimentare la semplicità. Nei testi ho cercato il terreno, l’umano, da contrapporre allo spazio profondo delle galassie». S’intitola “3021” il nuovo album di Angela Baraldi, nono della carriera; lo presenta in concerto venerdì alle 21.30 al Teatro Miela, per la rassegna “Protagoniste”. «Mio fratello – ricorda la cantautrice bolognese – ha avuto una bellissima fidanzata triestina, ero piccola e andai con lui in gita a trovarla, rimasi molto colpita dalla città, ha un’atmosfera molto densa. Ci sono tornata poi per lavoro, ma con poco tempo per visitarla».
La accompagnano Federico Fantuz (chitarra), Daniele Buffoni (batteria) e Giovanni Fruzzetti (basso e synth). Sono gli stessi musicisti del disco?
«Sì, è la prima volta che ci riesco. Sono contenta che sia in un teatro bello come il Miela, la dimensione teatrale mi piace molto sia dal palco che da spettatrice. I concerti che mi sono rimasti più nel cuore erano proprio in luoghi raccolti, mentre quando ho visto negli stadi Madonna o Bowie mi ha colto un senso di frustrazione al pensiero che quel puntino laggiù fosse il mio idolo».
“3021”: come mai ha immaginato un futuro così lontano?
«La prima suggestione è stata quella degli archeologi, mi sono chiesta come quelli del futuro riusciranno a trovare tracce di noi. I papiri egizi hanno resistito al tempo, di quello che noi ci diciamo o scriviamo in rete che ne sarà? E poi il desiderio di abitare spazi nuovi, non solo fisici ma anche mentali, siamo molto incastonati nel nostro tempo, ne abbiamo una percezione eterna, la tecnologia ci accompagna in un senso di immortalità fittizia, ci sentiamo più evoluti ma siamo sempre vulnerabili».
L’album esce per Caravan, l’etichetta di Francesco De Gregori, e nei mesi scorsi ha aperto il suo tour (come accadde già nel 1993). Che rapporto vi lega?
«Incontrarlo è stata una grande fortuna nella mia carriera e nella mia vita. È molto generoso, un artista che amo, un onore averlo come consigliere. Poi il disco evidentemente gli piace, non sono tanti gli artisti che fanno parte della sua etichetta, è per me motivo d’orgoglio».
Il singolo “Cosmonauti” è una dedica a Lucio Dalla.
«Una volta discutevamo sull’aldilà, lui credeva che ci fosse una continuazione ma io gli dissi: “però se io ti chiamerò tu non risponderai al telefono”, “non avremo bisogno del telefono”, mi rispose. In un sogno fatto tre mesi dopo che è morto, guidava un’astronave da cui mi esortava a non avere paura, si divertiva ad andare in picchiata urlando “non ti schianti”. Mi andò via il catrame nero della tristezza, l’effetto del sogno fu molto benefico».
Bisogna buttarsi senza paracadute?
«In campo artistico sì. L’arte è uno sport estremo. Senza la rete, senza la paura di fallire o di deludere».
Nel brano “Corvi” affronta il tema dell’adolescenza.
«Partendo dal ricordo delle mie insicurezze, probabilmente adesso è ancora più difficile, questo promuoversi, fare pubblicità a sé stessi sui social è una cosa pietosa, fuorviante, oltre a isolare è pericolosissimo dal punto di vista psicologico».
Lei è anche attrice (citiamo “Quo Vadis, Baby?” di Salvatores). Chi ha la vita più complicata, l’attore o il musicista?
«Il musicista ha la fortuna di avere un raggio d’azione di libero arbitrio più ampio, l’attore dipende da un progetto corale, è sotto torchio, sempre impegnato a interpretare la vita di un’altra persona».
Elisa Russo, Il Piccolo 04 Aprile 2025

