Mercoledì 23 novembre 2011, dalle 22.30, per la seconda “Sshh! Night” all’Etnoblog di Riva Traiana 1/3 a Trieste, sarà protagonista il cantautore triestino Toni Bruna, che presenta dal vivo il suo primo album, “Formigole”. In apertura le Pascal Pinon di Reykjavik, una giovanissima band islandese tutta al femminile, guidata dalle gemelle Jófríður e Ásthildur, che incidono per la berlinese Morr Music.

Toni Bruna suona la chitarra classica e canta in dialetto triestino: il suo debutto discografico è straordinario, uno dei dischi più intensi, poetici ed originali che siano mai usciti da Trieste. Folk immaginario. Canzoni piuttosto malinconiche, in bilico tra divino e terreno. Realismo magico e scontrosa grazia. Racconti della periferia (“Baiamonti” e Borgo in “Sanantonio”), delle origini istriane (l’esodo, anche interiore), gli operai sfruttati (“Una bela casa”), l’ossessione per il sacro che diventa superstizione (“Cristo de geso”, “Tesounasanta”), gli affanni quotidiani e la difficoltà di comunicare con gli altri (“Formigole”), fino alla paura del sonno eterno (“Pai de la luce”). Un disco talmente particolare e pieno di anima, che potrebbe arrivare ovunque. Con il Sudamerica nel cuore (dove Toni ha vissuto e musicalmente si sente), e la Mitteleuropa sottotraccia, come un fiume carsico.

«Questo mix si è creato da sé naturalmente per una sorta di contingenza storico-geografica – spiega Toni Bruna -. Sono figlio di esuli istriani, cresciuto a Opčine tra gli sloveni e ho passato una parte molto importante della mia vita in America Latina. Sono un discreto esempio di bastardo, come la maggior parte dei triestini».

Quali sono le sue influenze musicali?
«Miti musicali non ne ho. Ci sono però degli artisti che stimo moltissimo: Victor Jara, Fela Kuti, Violeta Parra, Tom Waits, Caetano Veloso, il primo De André, i Radiohead, Eduardo Mateo, Tom Zé, Tinariwen, ma cerco di non ascoltarli molto per non stancarmene. In casa non ho lo stereo, solo una piccola radio a pile e ultimamente preferisco ascoltare musica di cui non so niente: ho scoperto che mi piace la musica barocca, Mozart e qualche folclore di posti lontani».

E in letteratura, chi la ispira?
«Mi piace il modo di García Márquez di trascendere la realtà con assoluta scioltezza, un altro ancor più grande maestro di quest’arte è Julio Cortázar, lui era geniale. Degli scrittori triestini conosco poco niente, mi piace Tomizza ma lui mi sa che non si definiva triestino, Svevo e Saba sicuramente per colpa del liceo non riesco a digerirli bene, mi piacciono certe poesie di Virgilio Giotti e apprezzo Paolo Rumiz. Di Magris non ho mai letto niente. Barando un po’, direi che di tutti i triestini, Joyce è il mio preferito».

Chi sono i musicisti che collaborano con lei?
«I musicisti che hanno suonato nel disco e che mi accompagnano dal vivo sono per la maggior parte amici di lunga data. Nel disco ci sono: Marco Abbrescia al contrabbasso, Ale Martini all’ukulele e Massimo Tunin alla tromba. Dal vivo si aggiungono Andrej Pavatich alla batteria “zota” e alle percussioni Raffaele Podgornik».

Qualche mese fa, ha fatto un concerto sul tram de Opčine. Com’è stata quell’esperienza?
«Io da bambino, vivendo a Opčine, mi muovevo molto spesso in tram. Suonarci dentro, in mezzo alla gente, è stato un po’ come prendersi una rivincita su tutte le vecchiette che all’epoca facevano le sbruffone coi ragazzini della mia età! Portare la musica fuori dai soliti posti è stato anche un modo per sottolineare una situazione a mio avviso triste per la musica dal vivo a Trieste. Credo non ci sia rispetto per i musicisti, anche se riempi il locale sembra sempre che ti facciano un favore a farti suonare, storcono il naso all’ora di pagare. Non tutti, ma è una tendenza generale».

Nelle sue canzoni la religione, trasfigurata in superstizione, è un elemento ricorrente, ossessivo. Da dove arriva questo tema?
«Accettiamo come normale il fatto di essere circondati da chiese e crocefissi, di esser stati battezzati, comunicati, cresimati a forza ma con le buone. A me sta storia mi ha sempre fatto impressione e ne sono stato incuriosito. A Repentabor il prete ci cacciava dal giardino della chiesa perché facevamo chiasso la notte, io dicevo: ”Ma padre non è questa la casa del Signore, noi non siamo figli di Dio?” Lui rispondeva: ”Io chiamo i Carabinieri!” No, non sono religioso, sicuramente non cattolico».

In “Formigole” canta la periferia: Borgo, Baiamonti. Trieste non è solo salotti e caffè letterari…
«In quel che resta dei caffè letterari, di scrittori e artisti c’è rimasto soltanto Magris da quel che ne so. In quei posti non ci vado volentieri, sembrano quelle stazioni in cui i treni non fermano più, passano e basta, non ci trovo niente di interessante. Sei mai stato da Libero in via S. Marco la mattina o in bar Baiamonti la domenica pomeriggio? Lì si che è pieno di artisti».

Quali sono le sue ambizioni, i suoi sogni nella musica? Dove può arrivare cantando in triestino?
«Sogno una casa isolata sul Carso, il più possibile autosufficiente con un bell’orto fuori e uno spagert in cucina. Poter vivere bene con poco e aver tempo per fare musica senza dover scendere a compromessi con nessuno. Per me è più importante seguire una strada che sia mia, la destinazione conta meno. In ogni caso, se pensi a quanta gente ascolta musica in inglese senza capirne le parole viene da domandarsi perché non dovrebbe farlo se i testi fossero in dialetto».

Ricky Russo, Il Piccolo 22.11.11

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