«Il canto è sempre stato la mia guida». È difficile incasellare il talento della cantautrice triestina Irene Brigitte, sin da giovanissima presente nella scena musicale locale e attualmente impegnata a completare la sua formazione in Portogallo, dove ha frequentato il dipartimento di musica antica dell’Esmae (Escola Superior de Música e Artes do Espetáculo) a Porto. Muove i primi passi con la rock band Watashiwa Cactus, continua poi a esplorare la voce sia attraverso le intense melodie greche con il chitarrista Giovanni Settimo sia nella sperimentazione assieme al pittore-performer Piero Ramella. Come compositrice figura nel cortometraggio di Laura Samani “La santa che dorme”, arrivato fino al Festival di Cannes. È stata molto attiva in città con l’associazione Jambo Gabri (in memoria di Gabriele Manfioletti, suo compagno nei Watashiwa) e anche con il collettivo Withgiulio (per Giulio Regeni).

Irene, viene da una famiglia musicale?

Mio nonno siciliano cantava le serenate, quello istriano suonava la fisarmonica, sono nata in una casa in cui c’erano gli strumenti, la musica era convivialità. Mio papà metteva su i vinili dei Deep Purple, Battiato, De André, musica classica. Poi ho preso in mano la chitarra e ho capito che così mi potevo esprimere.

E i libri?

Anche quelli non mancavano, nella bellissima libreria costruita da mio nonno istriano. E poi mio papà per tanti anni ha avuto la sua casa editrice FPE, Franco Puzzo Editore, per un periodo ho anche lavorato con lui, ha dato molto spazio alla poesia, anche ad autori triestini. Assieme al Club Anthares ha organizzato per vent’anni un festival internazionale di poesia che ha portato a Trieste nomi come Tahar Ben Jelloun, Gonçalo M. Tavares che qui in Portogallo è famosissimo, doveva venire anche Alda Merini, che ahimè è morta proprio l’anno in cui le abbiamo assegnato il premio.

Il suo debutto nella musica?

In prima superiore. All’inizio, come tutti, volevo fare rock, avere la voce roca alla Joplin. Ho avuto la fortuna di fruire del Gasp, Opening Band, i progetti del Toti a San Giusto. Vedere dal vivo i Trabant e i Cecile Demile è stato uno shock culturale, c’era un’energia fortissima esplosa con Tetris e Etnoblog, dove le persone si incontravano. Più di recente ci sono state parentesi raffinate come il Mold, ma non ci sono più le opportunità di allora.  

E poi ha cambiato genere?

Mi sono appassionata alla musica antica e andando avanti ho scoperto questa parte più limpida e acuta della mia voce. Pian pianino mi sono dedicata al canto barocco rinascimentale, ci sono arrivata tardi perché non mi sono mai riconosciuta nel conservatorio. Stavo ascoltando la radio e ho sentito una canzone bellissima di Barbara Strozzi, cantautrice del 600, sono rimasta fulminata da questa vocalità, avevo 24 anni, ho cominciato a prendere contatti e nel giro di poco sono entrata in Conservatorio a Vicenza per approfondire il canto rinascimentale barocco e tutta la grammatica musicale che lo circonda.  

Quindi si è trasferita prima in Veneto?

Nel 2015 a Vicenza, e dal 2019 sono in Portogallo. Mi piacerebbe rimanere qui, sto bene. Porto non è una metropoli, ma ha un programma culturale molto diverso da quello che offriva Trieste, anche a prezzi più accessibili. Mi piace la luce, l’attitudine della gente, la cucina, la dimensione. Le persone sono molto tranquille, educate, gentili, non fai in tempo a chiedere un’informazione che già si stanno mettendo a disposizione. Si sente molto la collettività: c’è la consapevolezza che quello che fai incide sugli altri. Raramente vedi degli eccessi di individualismo, come parlare forte in situazioni in cui puoi disturbare gli altri. Sono più rilassati, se possono evitare di crearti un problema lo fanno. Manca quello che a Trieste “zerca longhi”, il piantagrane. Siamo un po’ duri noi triestini, qui sto smussando tanti lati del mio carattere.

In cosa è impegnata?

Ho finito il biennio, la magistrale, e sono candidata per un post laurea in polifonia e per un dottorato sul tema della musica antica, quest’estate registro due dischi, entrambi dedicati al rinascimento portoghese, con l’ensemble Arte Minima con cui abbiamo già fatto un disco qualche mese fa, “In Splendoribus”. Mi piace molto lavorare con loro, sono estremamente preparati, esigenti, quindi è una sfida ma sono pronta a raccoglierla.

Di Trieste cosa porta nel cuore?

La poesia, anche con la casa editrice, mi è stata molto vicina. Quando ho scoperto Virgilio Giotti è stata una rivoluzione per me, perché univa quella schiettezza tipica del nostro dialetto a un’intimità che a volte non trova parole, e quindi il primo passo è stato musicare i suoi versi. Quando guardo Trieste da lontano, dal Portogallo, le poesie di Giotti mi aiutano perché sono come dei quadretti. Ne ho musicate due: “In riva” che è la cosa più classica del triestino che si gusta l’orizzonte (“E mi vardo quel mar e quel ziel nudi, grandi e me consolo. In quel mar, in quel ziel xe quel che vòio, xe quel che bramo e speto”) e “Interno” dove Giotti crea una specie di natura morta con i “pomi” sulla tavola, l’atmosfera intima casalinga e fuori questo concerto della bora che bussa alla finestra. Un’altra cartolina di Trieste per me è “Baiamonti” o “Sanantonio” di Toni Bruna, i suoi testi sono poesie con immagini vivide.

LIBRO DEL CUORE “CECITà” DI JOSé SARAMAGO

“Cecità”, il romanzo dello scrittore e premio Nobel per la letteratura portoghese José Saramago, uscito nel 1995, è uno dei libri del cuore di Irene Brigitte: «L’avevo letto molto prima di sapere che un giorno mi sarei trasferita in Portogallo, all’epoca vivevo a Opicina. È un libro attualissimo perché parla di una pandemia, una cecità bianca. Saramago ha la capacità di raccontarti una storia con dei personaggi che possono davvero toccare il fondo di quella che consideriamo l’umanità, con un registro tutto sommato (fintamente) imparziale, senza accendere i toni, permettendosi di dire anche cose molto forti, questa pacatezza mi ha permesso di vedere aspetti che forse non avrei mai voluto vedere. Ho fatto fatica a finirlo perché mi sono chiesta come avrei reagito io in certe situazioni, mettendo in dubbio un certo buonismo. Dobbiamo renderci conto che siamo anche animali, abbiamo una parte un po’ bestiale e anzi certe volte gli animali sono meglio».   

BIOGRAFIA

Irene Brigitte Puzzo, classe ’89, si diploma in Canto Rinascimentale e Barocco al Conservatorio Pedrollo di Vicenza. Della sua produzione discografica ricordiamo la colonna sonora per “La santa che dorme” (2016), cortometraggio di Laura Samani selezionato dal Festival di Cannes, l’edizione critica della messa medievale di Du Fay “Se la face ay pale” (2017; Amadeus), la partecipazione alla compilation WAV (2018; Cabezon Records) e la collaborazione con l’ensemble Arte Minima nel disco “In Splendoribus” (2021). Ha paretcipato con la JOP – Jovem Orquestra Portuguesa alla realizzazione del “Pigmalion” di Rameau (Casa das Artes, Porto) e con l’Esmae’s Recorder Consort a una registrazione destinata al MedRen (Medieval and Renaissance Music Conference 2021). Suona dal vivo con vari progetti, inclusi O Vive Rose Ensemble, Lucernari (con Lil Alice) e Canary Pipe (con Ilaria Fantin) con cui è stata invitata da Radio Rai3 per un concerto all’interno del programma “La stanza della musica”.

Elisa Russo, Il Piccolo 28 Maggio 2022 

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