«L’album è l’unico linguaggio che conosco, per me è come un film per un regista. È la massima espressione a livello discografico»: in tempi di ascolti frammentari, in cui si punta tutto sulle singole canzoni, è un bel traguardo pubblicare una raccolta di undici pezzi così convincenti come quelli contenuti in “Manuale del piccolo ingrato” del triestino Kalpa. Al secolo Angelo Mallardo, papà napoletano e mamma di origini polacche, diplomato al Petrarca, il ventiduenne Kalpa canta le storie della sua generazione, per la prima volta usando l’italiano, dopo alcuni singoli in inglese, l’ep “A certain feeling” (Waves Music) tra alternative e rock-elettronicanel 2020 e la partecipazione al talent televisivo X Factor nel 2021. Il “Manuale”, che vede l’importante distribuzione della Virgin, è prodotto assieme a Alessandro “Sesto” Giorgiutti, con il master di Ricky Carioti (fonico di Elisa), la partecipazione al basso di Giorgio “Caspio” Di Gregorio e alla batteria Gianmarco “Tanarouge” Rosso.
Kalpa, come sta andando l’album?
«Bene, l’abbiamo portato un po’ anche dal vivo, dal release party al Covo di Bologna, a La Spezia, a Cremona in apertura a Cosmo, e il 31 sarò a Blessound. Ma sono già in fase di scrittura, sto terminando un altro disco. Mentre per il primo ci ho messo molto più tempo, quasi tre anni».
Cosa racchiude il titolo?
«È venuto fuori alla chiusura, anche se non ha la pretesa di essere un concept, mi pareva un filo conduttore che lega questi undici brani così vari (ci sono elementi elettronici, campionamenti, auto-tune). È anche una provocazione».
C’è infatti sempre un pizzico di ironia, come nella voce robotica della prima traccia.
«Nonostante i temi siano malinconici, e a volte sfociano in rabbia e disillusione, volevo che ci fosse comunque un po’ di umorismo, perché alla fine mi diverte mandare tutto in caciara, prendermi in giro. È un modo per sdrammatizzare».
La sua generazione?
«Fa meno fatica a mostrare certe fragilità, è una cosa molto positiva e spero vengano sempre più sdoganati certi tabù. Nella mia musica è essenziale: mi piace scrivere di storie che vedo e che sento, dei miei coetanei. Che poi sono storie che non appartengono solo alla mia generazione, sono spesso universali. La storia si ripete: la generazione nuova vuole cambiare le cose e distaccarsi da quello che è stato fatto in passato».
Si ripete, ma il contesto cambia?
«Forse a noi adesso sembra tutto più difficile per la situazione geopolitica, il cambiamento climatico, per questo siamo disillusi, pare sempre che stia per arrivare l’apocalisse e ci toglie la motivazione per fare. È un tema molto caldo e attuale quello dei giovani, ce ne sono tanti che non studiano, non lavorano».
Nella musica odierna chi sente vicino?
«Ci sono molti progetti nell’underground che vanno fuori dagli schemi, senza paura di osare, fare qualcosa controcorrente, anche se poi nelle classifiche c’è più o meno sempre la stessa roba. Tra i nomi nuovi cito i Denoise con cui sto collaborando per il nuovo disco, tra quelli noti Cosmo, da sempre un gran sperimentatore, o i classici della nostra zona Tre allegri ragazzi morti e Sick Tamburo, che guardo con grande ammirazione e rimangono sempre nel cuore».
Elisa Russo, Il Piccolo 27 Agosto 2024

