Oggi dalle 22.30 i Linea 77 suonano all’Etnoblog. Presentano il loro recente ep «La speranza è una trappola (part 1)», il cui titolo trae ispirazione dalle parole di Mario Monicelli, pronunciate dal regista durante la trasmissione “Servizio Pubblico” in una delle sue ultime interviste. I sei musicisti torinesi rimasero colpiti dal coraggio di quella dichiarazione. In proposito la band dichiara: «Sentire quelle parole da Monicelli è stato folgorante. Siamo rimasti molto impressionati dalla tempra dell’uomo che, forse meglio di ogni altro, è stato capace di raccontare chi sono gli italiani nella loro grandezza e spesso anche nella loro pochezza. Quelle semplici e poche parole sono bastate a darci tutta l’ispirazione che serviva a scrivere le nuove canzoni che, pur parlando di temi molto diversi tra loro, hanno tutte in comune una cosa: il coraggio». Un tema, quello del coraggio, che ha molteplici sfumature, anche all’interno della stessa band: «La lettura è duplice: il coraggio di cui vogliamo parlare è quello che vorremmo vedere in tutti i nostri connazionali ma è anche il coraggio che abbiamo dovuto trovare per rimetterci in discussione dopo tanti anni e dopo le vicissitudini che ci hanno portato alla nuova formazione. C’è stato un momento in cui poteva anche finire tutto, ma alla fine il coraggio ha prevalso». In questo turbine di rinnovamento la band ha anche deciso di rivedere la forma stessa del nuovo lavoro, abbandonando la vecchia formula dell’album e preferendo invece quella dell’EP di sei tracce: «Di album ne abbiamo già realizzati sette e questa volta abbiamo voluto tentare un nuovo approccio, ovvero realizzare meno canzoni per fare in modo che venissero ascoltate e digerite meglio. D’altronde è innegabile che nel tempo si sia modificato radicalmente il modo di fruire la musica. L’avvento del digitale ha spostato la fruizione del pubblico dall’album alla canzone ed abbiamo voluto adeguarci al tempo corrente e rivoluzionare le modalità di pubblicazione». La band ha infatti deciso di pubblicare con largo anticipo rispetto all’uscita dell’EP tutte e sei le canzoni, sia su YouTube che su altre piattaforme di fruizione musicale in streaming, a scadenze regolari. Una scelta dettata dalla volontà di far ascoltare al maggior numero di persone possibile le nuove tracce, preparando il terreno per i concerti.

Avete una lunga carriera alle spalle. Cosa rimane oggi dei Linea 77 delle origini e cosa c’è invece di assolutamente nuovo? Come avete vissuto il cambio di formazione e che cambiamento ha portato negli equilibri della band?

«Di sicuro rimane la voglia di stare assieme e condividere il palco» spiega Nitto, «di nuovo invece un certo tipo di approccio ai pezzi e l’utilizzo dell’elettronica, cosa che non avevamo mai fatto prima. Ogni cambiamento è doloroso all’inizio, però purtroppo eravamo arrivati ad una situazione tale dove urgeva prendere decisioni, anche drastiche, per sbloccare il tutto. Non ci sono grossi cambiamenti riguardo gli equilibri della band, Maggio, il bassista, ha lavorato per anni insieme a noi e suonarci assieme è stata una conseguenza logica di tutto il suo impegno. Paolino invece, l’altro chitarrista, è un ragazzo che conoscevamo già da tempo a Torino e già in passato era venuto fuori il suo nome come possibile chitarra aggiunta».

Fare musica (e non solo) in Italia è sempre più difficile. Quali sono le difficoltà più grandi in cui vi imbattete e cosa vi spinge a non mollare? Avete avuto anche esperienze all’estero, pensate (o sognate) mai di emigrare?

«In Italia la musica è trattata come un passatempo, una cosa amatoriale, e la maggior parte delle persone che lavorano, dai promoter agli stessi locali, spesso e volentieri si approcciano alla musica live in questa maniera. Non so sinceramente cosa ci spinge a continuare, a volte è svilente e ultimamente sta diventando frustrante, ma quando si è in giro con la band si cerca sempre di trovare il lato positivo, che non sono neanche i soldi, come potrebbe immaginare qualcuno, ma la voglia di divertirsi sul palco. Pensare di emigrare? Ogni santissimo giorno per almeno un paio d’ore».

Si parla spesso delle difficoltà e delle cose che non funzionano in Italia. Che cosa invece funziona? C’è qualcosa che vi piace e su cui scommettereste per il futuro (in campo musicale e non)?

«L’Italia a parer mio è uno dei paesi più belli del mondo e più fantasiosi. Musicalmente ci sono band che sono avanti anni luce rispetto a Europa e America ma come sempre spariranno nel nulla, schiacciati dalla pressione della vita, o dovranno emigrare per avere un minimo di riscontro».

Il nuovo ep: cosa contiene, come sono nate le canzoni, come viene distribuito?

«L’idea del titolo è ispirata ad un’intervista rilasciata ad Anno Zero del regista Monicelli, poche settimane prima del suo addio definitivo. In linea di massima ci ha colpito molto la sua analisi dell’italianità tutta. Soprattutto il suo appello al non fermarsi a sperare,azione tipicamente cristiana, ma ad agire per cambiare lo stato delle cose. Contiene sei brani: “Il veleno” che è stato anche il primo video, “La speranza è una trappola”, “La musica è finita” da cui abbiamo tratto il secondo video, “La caduta” che è un brano scritto insieme agli LNRipley, un gruppo di amici di Torino di drum&bass, dubstep, “Un uomo in meno”, e “Avevate ragione voi” un brano liberamente ispirato all’omonimo libro di poesie di Domenico Mungo, su ciò che accadde a Genova durante il G8 del 2001».

Per il lancio dell’ep vi siete affidati molto al web, cercando di uscire dai vecchi schemi della discografia. Come avete vissuto i cambiamenti imposti a poco a poco dalla rete? Che scenario si prospetta per i prossimi anni, a livello di realizzazione e diffusione della musica attraverso i nuovi canali?

«Fondamentalmente ci siamo stancati della classica fruizione della musica. Un disco di un tot di brani da dover pubblicare in un determinato modo. Noi abbiamo scelto di farci le regole da noi. Abbiamo preferito focalizzare l’attenzione del mondo esterno ai Linea su ogni singolo brano rilasciando una canzone nuova con un intervallo di dieci giorni una dall’altra. Che ci piaccia o no il mondo della discografia con l’avvento della rete è cambiato, sono pochi ormai quelli che preferiscono avere il feticcio, che sia un cd o un vinile, e la maggior parte degli under 18 ormai ascolta musica dal cellulare e ha il download nel dna quindi è un fenomeno assolutamente inarrestabile. Nel bene o nel male siamo sempre stati molto attenti al fenomeno rete e a tutte le sue sfaccettature quindi siamo più che pronti ad affrontare certi cambiamenti. Oggi come oggi vale molto di più un video su YouTube che un video sui canali classici musicali anche perchè ormai a parte Rock Tv il resto non trasmette neanche più musica, ma solo pseudo programmi di formazione e contenuti veramente stupidi. Quindi come non mai, oggi sono le idee ad avere tutta l’attenzione del pubblico e non più i mezzi come era un tempo».

Torino (a partire dai Negazione) ha una lunga tradizione di musica oscura e carica di rabbia. Quanto ha pesato in voi questa eredità? Quanto importante è invece la componente ironica (mi viene in mente, per esempio, il video – ed il testo – di “La musica è finita”)?

«Spesso e volentieri ci hanno paragonato ai Negazione, band che abbiamo adorato negli anni caldi dell’hc torinese e che vedevamo come un esempio del made in italy fatto con lo spirito giusto. Però è anche vero che non abbiamo mai voluto somigliare ai Negazione, proprio perché saremmo stati poco onesti nei nostri confronti e con la nostra musica. Abbiamo sempre concepito la musica come lo specchio del periodo che si sta vivendo e quindi per quanto ci possa inorgoglire il paragone con loro, noi raccontavamo altre cose in altri modi, quelli che erano più vicini a noi. Da sempre abbiamo fatto dell’ironia l’arma migliore dei Linea, e affrontando il brano “La musica è finita” abbiamo cercato di raccontare le cose dal punto di vista di un classico hater “leone da tastiera” contro il mondo della musica. Prendersi poco sul serio a parer mio è la chiave per affrontare il mondo in generale».

Che concerto proporrete all’Etnoblog di Trieste?

«Nonostante i cambi di formazione proporremo sempre un live energico e carico, poi come diciamo sempre dipenderà dal pubblico presente cambiare le sorti del concerto. Se i presenti inizieranno a partecipare attivamente allora il concerto diventerà un’esperienza difficilmente dimenticabile per noi e soprattutto per chi sarà presente».

Avete già suonato a Trieste. Conoscete un po’ la città e qualche band della zona?

«Si abbiamo suonato altre volte a Trieste e pur non ricordando i nomi delle band che spesso hanno suonato con noi da quelle parti ricordo però che la musica da loro proposta è sempre stata molto valida e con un gusto più europeo che italiano, il che per me è un valore aggiunto».

Elisa Russo, in parte su Il Piccolo 08 Marzo 2013

 

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