«Questa raccolta di storie musicali nasce dalle esperienze di donne immigrate a New York. È un album dedicato a chi si sente sospeso tra due mondi, a chi cerca un luogo dove sentirsi a casa e a chi trova la forza nel proprio percorso. Un omaggio al coraggio e alla resilienza di tutti gli immigrati. Ogni brano racconta un aspetto diverso di questo viaggio, esplorando l’identità, la perdita e il senso di appartenenza». S’intitola “Migration Tales” (pubblicato da Endectomorph, in collaborazione con La Reserve) il secondo album della violinista, compositrice, arrangiatrice friulana Ludovica Burtone, che vive a New York da più di dieci anni. Di formazione classica, con un biennio in violino conseguito al conservatorio Tomadini di Udine e un diploma post-laurea al Liceu di Barcellona, l’artista udinese si diploma inoltre in “Composizione Jazz” al Berklee College of Music di Boston. Ha condiviso il palco con nomi quali Ron Carter, Jon Batiste, Melissa Aldana, Arijit Singh, Mary Halvorson, Dream Theater e suonato in templi della musica nella grande mela come Carnegie Hall, Radio City Music Hall, Lincoln Center. Di recente era anche nell’orchestra che ha accompagnato Yandel in una puntata del Tonight Show di Jimmy Fallon.
Ludovica, come nasce il nuovo album?
«L’idea è nata già quando stavo chiudendo il precedente “Sparks”. Volevo raccontare le donne immigrate qua a New York, argomento sempre molto attuale e oggi particolarmente presente nelle news».
Un tema delicato ovunque, in America come in Italia.
«Secondo me, in generale, c’è molta ignoranza. Nel senso proprio di non sapere e non chiedersi. Quando vivevo in Italia una delle mie amiche del cuore era bosniaca, scappata dalla guerra, ha avuto un percorso molto difficile dal punto di vista burocratico, nonostante fosse nel nostro paese da quindici anni. Se non avessi avuto vicino una persona che viveva sulla sua pelle quella situazione, non mi sarei mai chiesta quale fosse la realtà degli immigrati in Italia. Poi sono emigrata io negli Usa e ovviamente è toccata a me».
Chi sono le donne protagoniste di “Migration Tales”?
«Sono partita dalla mia storia, pensando che sono qui a New York da tanti anni, ancora con un visto, non posso votare, e tante altre cose ci vengono precluse. La maggior parte dei miei amici immigrati sono legati alla musica e al mondo dell’arte ma ho voluto espandere un po’ le mie conoscenze, facendo delle interviste o semplici chiacchierate con donne che non sono necessariamente venute qui per inseguire il sogno della musica. Ho incontrato persone molto diverse da me, ma ci sono dei sentimenti comuni che ci legano, condividiamo la lontananza dalla terra natia».
I brani sono tutti composti da lei?
«Sì, eccetto “Agua e Vinho”, un arrangiamento di un brano di Egberto Gismonti di cui sono stata sempre innamorata, c’è un senso di distanza, melancolia, abbandono all’inizio ma poi anche speranza che le cose possano andare meglio (un sentimento che spinge il migrante a tener duro), e “Our Voices,” in collaborazione con la soundscape artist Cleo Reed, che ha ascoltato le interviste ed è riuscita ad integrare alcune delle voci».
I musicisti che hanno suonato in questo secondo lavoro?
«Tutti amici che stanno qui a Brooklyn, Milena Casado (flicorno), Julieta Eugenio (sax tenore), Marta Sánchez (pianoforte), Tyrone Allen II (contrabbasso) e Jongkuk Kim (batteria), sono affiatati perché suonano spesso assieme ed ha influito sull’energia sprigionata».
Ci sono riferimenti alle sue radici nelle canzoni?
«Certamente, perché quando si parla di immigrazione si parla di dove si va ma anche da dove si viene. In “The Name” rifletto sul fatto che cambiamo anche il nostro nome per adattarci al trasferimento, io divento “Lu” che è più semplice da pronunciare. Chi arriva dall’Asia spesso cambia il suo nome perché qui risulta impronunciabile. Cambiamo anche lingua, e mi sono chiesta se così cambia la nostra personalità o rimaniamo gli stessi».
Sono previsti concerti anche in Italia?
«Ne abbiamo fatti un paio, uno alla Casa del Jazz di Roma con un quartetto italiano. Ho sempre in programma di tornare, c’è il desiderio di vedere la famiglia oltre che suonare, mi sto organizzando».
Elisa Russo, Il Piccolo 15 Giugno 2025

