MAX PEZZALI A TRIESTE 09.06.24

«Non sono mai cambiato/ sono un ragazzo inadeguato/ anche se son cresciuto/ sono rimasto un po’ sfasato». Max Pezzali è agli antipodi della star irraggiungibile: incarna piuttosto l’amico di tutti, quello brillante ma anche pasticcione. Di più: è ciascuno di noi comuni mortali. Ancora oggi, che è un pilastro della musica italiana e il pubblico gli rilancia indietro la sua “Sei un mito”, è capace di definirsi “uno sfigato”. «Non dipende da dati oggettivi. È come percepisci tu il rapporto con l’esterno. Secondo me – spiega – è un vantaggio non essere troppo convinto delle tue qualità, ti aiuta a pensare in maniera più trasversale: avere delle insicurezze, quando non diventa una cosa patologica, è un valore aggiunto». 

Se domenica scorsa al Rocco si è esibito un giovane, Ultimo, che è schizzato dai club agli stadi a tempo record e che da piccolo diceva di voler diventare il numero uno come Vasco Rossi, chi si esibisce stasera ha dichiarato: «Ho vissuto ormai più di metà della mia vita da popstar ma mi sarei accontentato di sei mesi di popolarità». Ci ha messo ben trent’anni Pezzali per arrivare alla meta tanto ambita degli stadi: a luglio 2022 ha cantato per la prima volta a San Siro. «La cosa più strepitosa che mi sia successa, una delle emozioni più belle della mia vita. Forse non me la sarei goduta prima, è arrivata al momento giusto». Dopo quella prova, ecco il suo primo tour negli stadi “Max Forever Hits Only” che oggi alle 21 sbarca con la data zero a Trieste per continuare poi a Torino, Bologna, Roma, Milano, Messina, Bari. Manca da diversi anni nel capoluogo giuliano (PalaTrieste 2007, 2014 e 2015) ma in Friuli è passato, ad esempio nel 2021 a Lignano: «Un’accoglienza pazzesca – ricorda – all’Arena Alpe Adria, che negli anni del Festivalbar ha significato tantissimo per me, si finivano le serate al Kursaal con gli artisti, in un’atmosfera d’altri tempi. Tornare con lo spettacolo sugli anni ’90 in un luogo chiave dei miei ’90 mi ha fatto una certa impressione». E allo Stadio Nereo Rocco – svelato che ci sarà anche la banda che ha sfilato ieri in centro – cosa vedranno gli oltre 23mila fan? «Un allestimento enorme – anticipa –. Sul palco ci saranno dei pupazzi che si muovono con me e rappresentano i personaggi delle canzoni: il “deca”, la “regina del Celebrità”, il “due di picche”. Poi il nuovo singolo “Discoteche abbandonate” e le canzoni anni ‘90 di cui ci sono stati remix: lo stadio diventerà un’enorme discoteca a cielo aperto e si ricreerà quell’atmosfera». 

Se chiedi a Max com’erano gli anni ’90 ti risponde: fighissimi. «Perché c’era ancora un ingenuo ottimismo. Senza la valanga di informazioni della rete, avevamo a disposizione dei mondi più piccoli e ne sognavamo uno più grande, e questo ci dava voglia di crescere, evadere. Sapere e avere tutto ci rende meno appassionati, più abulici, quando hai 5 pasticcini te li gusti, se ne hai una scatola da 48 no». «C’era anche – aggiunge – la bellezza della disconnessione, dell’essere irraggiungibili, dei momenti in cui potevi essere solo, oggi invece la tecnologia ci fa essere disponibili h24. C’era meno possibilità di essere connessi ma quando ci trovavamo, avevamo tanto da dirci. Abbiamo dei mezzi di comunicazione potentissimi per comunicarci, a volte, il nulla». I ragazzi erano senza cellulare (prerogativa da manager in giacca e cravatta) e si incontravano al bar, sui muretti, in sala giochi, la domenica ascoltavano le partite alla radio, in giro con un “deca” in tasca (le diecimila lire, paghetta minima che “non ci basta neanche in pizzeria”) e la certezza che la serata si sarebbe conclusa con un nulla di fatto; c’erano il sogno americano e la nebbia di Pavia, il chiodo di pelle, l’autoradio estraibile, gli Arbre Magique con nuove fragranze come vaniglia che avrebbe dovuto irretire le ragazze. «Gli anni d’oro del grande Real, di Happy Days e di Ralph Malph/ delle immense compagnie/ gli anni in motorino sempre in due/ gli anni di che belli erano i film/ gli anni dei Roy Rogers come jeans». E gli amori una «quotidiana guerra con la razionalità». “Gli anni”, uno dei brani più amati (citiamo “Hanno ucciso l’uomo ragno” e “Come mai” per limitarci a una top 3 che non mancherà al Rocco) è un brano estremamente autobiografico di quando Max dà il via all’avventura degli 883 con il compagno di banco Mauro Repetto. In quel momento la musica italiana era piena di sovrastrutture, con testi aulici ed elevati ed è lì che i due vincono chiudendo gli orizzonti tra un parcheggio e un bar di periferia, tra «due discoteche/ centosei farmacie»: descrivono quello che vedono, che è poi quello che vede la maggior parte delle persone, usando la lingua parlata (“Non me la menare”) o anticipando temi (“La regola dell’amico” oggi la chiamano friendzone). Il talent scout Cecchetto capisce subito la forza della loro normalità e scommette su di loro, il resto è storia. Anzi mito.  

Elisa Russo, Il Piccolo 09 Giugno 2024 

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