Comincia oggi la tre giorni di musica del Borgo Grotta Circus, happening musicale giunto alla quinta edizione e ospitato dal tendone di Borgo Grotta Gigante di Sgonico. Calendario fittissimo di concerti che partono già al pomeriggio: oggi sul palco Full Wave, Daisy Chain, Thee Ananas’n’Bananas, Limes, Alfabox, España Circo Este e Jamaram, domani sarà la volta di Dubwise n’Jungle, Wooddrops, Patois Brothers e, superstar del sabato, l’icona del reggae giamaicano Anthony B. Domenica Borgo Grotta Circus 2015 si concluderà con il ritorno a Trieste dei Modena City Ramblers in occasione del “Sentieri Clandestini Tour 2015”, tournée partita il 6 febbraio da Barcellona.

Massimo “Ice” Ghiacci, bassista del gruppo, racconta: «Mi ricordo un bellissimo concerto, sempre a Borgo Grotta, nel 2013: splendida location, bella situazione, c’era un sacco di gente e ci eravamo fermati nell’aftershow a bere con amici e fan. Poi ricordo un concerto nel 2009 al Teatro Miela: era la prima volta che suonavamo a Trieste città».

Che valenza ha per voi il primo maggio?

«Ha un duplice significato: da un lato è legato all’esercizio della memoria che, al di là della retorica, rimane una componente fondamentale del nostro modo di vivere la vita, si lega alle lotte sociali per i diritti dei lavoratori, dalla rivoluzione industriale ad oggi. E poi ha un significato legato ai giorni nostri perché comunque si festeggia pensando anche a chi un lavoro non ce l’ha oppure è precario. Abbiamo sempre tenuto in considerazione il tema del lavoro, con brani come “La Ballata della Dama Bianca” che parla delle morti bianche, o “Saluteremo il Signor Padrone” che è un cantico delle mondine che era già stato attualizzato da Finardi, e che noi a nostra volta abbiamo riattualizzato legandola al precariato: il pezzo è presente nell’ultimo album e abbiamo come ospite proprio Finardi. Insomma, c’è un filo rosso dalle mondine ai call center».

Da sempre unite l’impegno sociale al divertimento: i vostri concerti sono anche una festa.

«Questo è quello che siamo, è la nostra natura, fa parte del nostro dna».

Oltre che Eugenio Finardi, nell’ultimo disco ci sono altri ospiti, tra cui Terry Woods dei Pogues.

«Terry è un amico, oltre che un grande musicista, con cui avevamo già collaborato. Ha registrato e arrangiato con noi i tre pezzi più “irish”, siamo stati a lavorare con lui in un piccolo studio in Irlanda. Poi c’è un inedito composto proprio assieme a Terry, “The Trumpets of Jericho”».

La scaletta live?

«Peschiamo dall’ultimo album uscito a marzo “Tracce Clandestine”, la setlist varia sempre per non annoiare chi ci segue da tempo. Uniamo cover e brani tradizionali ai nostri brani più gettonati. Un dialogo tra le canzoni che ci hanno ispirati e quelle che abbiamo composto, un mix tra le fonti ed i risultati. Speriamo che le nostre non sfigurino accanto a quelle di maestri come i Clash o Manu Chao! È un po’ come paragonare Champagne e Lambrusco, ma in certi momenti della giornata può essere più apprezzato un bicchiere di Lambrusco! (ride ndr)».

Nel 1991, ai vostri esordi, vi sareste immaginati di essere ancora in pista nel 2015?

«Non mi sono mai posto questo obiettivo. Abbiamo sempre vissuto il presente, poi qualche componente della band ha preso altre strade. Abbiamo goduto del privilegio di fare musica e non ci siamo mai posti obiettivi che fossero più lontani dal prossimo disco o dal prossimo tour. Pensando alla vita dei giovani di oggi, basata sulla precarietà e l’impossibilità di progettare a lungo termine mi viene in mente quando andavo a scuola e studiavo ragioneria e la mia prof mi assicurava che nella vita avrei fatto quello per cui stavo studiando… io invece ho scelto di fare il musicista che per sua natura è precario, perché devi vivere del momento e delle idee che oggi ci sono e domani chissà».

 

Elisa Russo, Il Piccolo venerdì 01 Maggio 2015

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