A quarant’anni esatti dal loro primo live a Trieste, tornano a Trieste i Niet, band di culto del punk sloveno, venerdì alle 21.30 al Teatro Miela. Nati come gruppo di teenager ribelli che da Lubiana hanno avuto il coraggio di gridare il disagio dei giovani e il senso di alienazione, il successo è arrivato nel 1984 con due hit a metà strada tra punk e new wave, “Depresija” e “Lep dan za smrt” che è tutt’oggi una delle canzoni più rappresentative del punk-rock sloveno. Dopo la prematura morte del cantante Primož Habič e alcuni anni di pausa, dal 2008 sono di nuovo sulle scene con Robert Likar e Igor Dernovšek alle chitarre, Tomaž Bergant Breht alla batteria, Borut Marolt alla voce, Janez Brezigar al basso. «Di Trieste – racconta Dernovšek – conosco i tratti storici, a partire dai tempi dell’impero austroungarico in poi. E la mia generazione ha ancora vivido il ricordo di una città che negli anni Settanta e Ottanta attraeva per gli acquisti una gran massa di persone provenienti dalla Jugoslavia».
Che ricordi avete delle vostre esibizioni nel capoluogo giuliano?
«Quarant’anni fa: un buon concerto, tant’è vero che lo abbiamo incluso nel nostro cd “Niet Live”, compreso il discorso con cui Igor Vidmar, figura di spicco della scena punk slovena dell’epoca, ci ha introdotti sul palco: “Il disco è finito – il punk comincia!”. Siamo tornati nel 1994, e nel 2016 al Tetris».
Il momento più difficile della carriera?
«Il bassista Aleš Češnovar dovette arruolarsi nell’Esercito Popolare Jugoslavo, nel marzo 1986 toccò al cantante Primož e poi a me. In quel periodo, il servizio militare obbligatorio in Jugoslavia decretò la fine di molte band. Quando ci siamo reincontrati eravamo cambiati. Eravamo persone diverse. Primož faceva già uso di sostanze stupefacenti, mentre Aleš voleva andarsene all’estero».
E il migliore?
«Il nostro ritorno col botto nel 2008, con il nuovo cantante Borut. Grazie al successo che il pubblico ci ha tributato, siamo riusciti a superare lo status di gruppo punk di culto del passato, diventando una delle formazioni di maggior successo e tra le più apprezzate della scena rock slovena».
L’origine del vostro nome?
«Niet, dal russo njet (no), suonava appropriato per un gruppo punk perché ha una connotazione ribelle, e perché spesso ci vuole del coraggio per dire di no. Anche Tito disse a Stalin di fermarsi quando, dopo la Seconda guerra mondiale, volle prendere l’ex Jugoslavia nelle sue grinfie».
Di cosa parlano le vostre canzoni?
«I testi sono incentrati soprattutto sulle emozioni, sui sentimenti d’abbandono, la solitudine, il desiderio d’amore, la convivenza, la felicità… Musicalmente parlando, riteniamo di essere molto ampi, spaziando dai pezzi hardcore più grezzi alle ballate melodiche. Per un periodo sono stato scettico sul fatto che la nostra musica potesse essere utile a qualcuno, dato che è portatrice di un messaggio per lo più pessimista. Sono rimasto in seguito piacevolmente sorpreso da quante persone si sono rivolte a me, confidandomi che le nostre canzoni sono state d’aiuto per superare momenti difficili».
Cosa vi aspetta?
«Abbiamo da poco concluso con grande successo un tour di 10 concerti acustici. Durante le serate abbiamo unito il punk agli archi e al pianoforte. Al Miela ritorneremo invece alla versione elettrica. Alla tappa triestina seguirà una serie di performance in giro per la Slovenia e, con buona probabilità, anche all’estero. Il mio desiderio è di pubblicare un nuovo album nel corso dell’anno prossimo».
Elisa Russo, Il Piccolo 22 Aprile 2025

