PAOLO BALDINI DUBFILES TEATRO MIELA 13.04.24

L’ultima volta live al Teatro Miela era nel 2019: «Quando il mondo era diverso, ora sono contento di tornare, il pubblico triestino è sempre caloroso con me». Paolo Baldini DubFiles è al Miela sabato alle 21.30, in una serata che vedrà il supporto del Rockers Dub Master Sound System. Dopo dieci anni da bassista dei pordenonesi B.R. Stylers, Paolo Baldini nel 2006 entrò negli Africa Unite affermandosi poi come produttore di grande talento, per gli Africa stessi, Tre allegri ragazzi morti, Appino, Mellow Mood, L.A.B., Forelock, Noiseshaper, Dubblestandart, Vasco Brondi. Si cimenta con tanti generi (ha collaborato anche con Jovanotti) ma il suo pallino resta il dub, e dal 2014 porta avanti il progetto solista DubFiles: il 27 marzo è uscito il nuovo “In The Shell”, per La Tempesta Dub.

Baldini dove si trova?

«Rientrato dalle date del weekend a Torino, nel mio studio in provincia di Pordenone, a San Foca, un posto tranquillo e bucolico che amo».  

Nato a Pordenone, si definisce “mezzo triestino” come mai?

«Mamma istriana, da bambina con la famiglia si erano spostati a Trieste. La considero la città più bella del Nord Italia». 

Il nuovo disco?

«Per me un lavoro importante. La mia discografia è ampia, ma questo è il terzo a nome DubFiles. Se i primi due erano sempre in qualche modo figli della tradizione dub giamaicana in cui riprendevo materiale preesistente, stavolta sono partito da zero, dal foglio bianco: è totalmente slegato da esperienze precedenti». 

Un ritorno al suono delle sue origini?

«Sì, perché sono partito nei primi 2000 quando il reggae e il dub mi hanno folgorato e ho legato tutta la mia estetica a quel sound. Però avevo un background meticcio, che arrivava dall’elettronica, dal psichedelico e quindi i lavori che facevo nascevano già abbastanza ibridi. Dal 2010, invece, mi sono focalizzato sulla fortificazione del marchio giamaicano e inglese delle produzioni, quindi chi mi conosce solo per quel periodo si stupisce di sentire la varietà del nuovo disco, che in realtà si riavvicina alle mie prime cose. È un retro-futuro». 

Il titolo “In The Shell” cosa racchiude? 

«“Shell”, la conchiglia, era un’immagine ricorrente che mi porto dietro dalle mie esperienze africane, lì a volte è ancora usata come moneta di scambio. Al suo interno preserva qualcosa di prezioso, protegge la vulnerabilità della vita». 

Come sono nati i brani?

«Tutti i beat del disco nascono intorno a dei samples, delle registrazioni acustiche che ho fatto nei villaggi tra il Senegal e la Guinea, mia moglie è nata in quelle zone e andando a trovare i suoi parenti, portando anche nostro figlio, ho avuto la fortuna di vivere luoghi anche molto difficili da raggiungere e registrare delle session acustiche in situazioni di grande valore antropologico-musicale. Un sapore antico che si è mescolato poi all’elettronica in studio».

Cosa ha imparato dall’Africa?

«Dove la modernità non è arrivata si vive come qui cento anni fa, mantenendo cose che abbiamo perso, ad esempio la rete sociale: lì i bambini sono un bene collettivo, ogni adulto è padre responsabile di tutti i piccoli che giocano nei cortili. Mi ha fatto sentire una dolce nostalgia, ritrovando valori molto simili a quelli dei nostri nonni».   

Elisa Russo, Il Piccolo 13 Aprile 2024 

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