PATTI SMITH “IL PANE DEGLI ANGELI”

«I gabbiani di Trieste planano solitari, provocatori ma mai abbastanza vicini da placare il desiderio di sfiorare i bordi delle loro ali caste. Quanto l’ho sognata questa città, Trieste, mia città triste»: un ricordo indelebile del suo passaggio nel capoluogo giuliano è fissato nelle pagine del nuovo memoir di Patti Smith, “Il pane degli angeli” (Bompiani Collana Overlook, pagg 240, 25 euro). Patricia Lee Smith, 79 anni compiuti da poco, è ormai di casa in Friuli Venezia Giulia, e a Trieste aveva trascorso alcune giornate in concomitanza dei due concerti al Politeama Rossetti a novembre 2019. In quell’occasione aveva ripercorso gli itinerari di Svevo, Rilke, Joyce, Saba, testimoniando le tappe con delle foto sulla pagina Instagram “This is Patti Smith”, profilo con un milione e mezzo di follower. Ma non solo, come racconta nel nuovo libro: «Conoscevo la sua piazza scenografica affacciata sull’Adriatico, il Caffè Tommaseo che aveva accolto Svevo e Saba. Conoscevo il castello sulla collina, Rilke che parlava degli ordini angelici, le Elegie Duinesi e le peregrinazioni di Joyce. Ma non sapevo nulla dei suoi crimini oscuri, della Risiera di San Sabba, una opprimente ex risiera trasformata nell’autunno del 1943 in campo di transito per i prigionieri ebrei diretti ad Auschwitz». Colpisce molto la cantautrice, poetessa e scrittrice statunitense la visita a «l’unico campo di prigionia in Italia a possedere un crematorio, che i nazisti distrussero insieme a tutte le prove schiaccianti prima di fuggire alla fine della guerra». Un inevitabile senso di pesantezza la fa dunque «sprofondare come i gabbiani a capofitto nel mare nuvoloso» e saluta così «l’atmosfera ovattata di Trieste e delle sue strade fiancheggiate di caffè». 

Ci ha messo dieci anni a completare quello che nella sua produzione letteraria è il terzo memoir (dopo “Just Kids” e “M Train”), a cui si aggiungono altri volumi dal sapore autobiografico (“L’anno della scimmia”): per i seguaci più fedeli, molti degli aneddoti della vita di Patti sono già noti, ma il fascino sta nella narrazione, con l’utilizzo di un linguaggio poetico, anche questa volta reso in italiano dalla traduttrice Tiziana Lo Porto. «Dio sussurra attraverso una piega della carta da parati» scrive Smith ripercorrendo la sua esistenza, dall’infanzia nel secondo dopoguerra in un complesso residenziale fatiscente, dove affronta i bulli, dialoga con il re delle tartarughe e va in cerca dei sacri penny d’argento, fino agli anni Settanta, in cui si aggira magrissima e affamata per New York, lungo le strade del Greenwich Village e nelle stanze del Chelsea Hotel, trovando conforto nella guida spirituale di Arthur Rimbaud, Jimi Hendrix e Jim Morrison; con il supporto di alleati come Robert Mapplethorpe, William Burroughs, Allen Ginsberg e Bob Dylan, inizia a esibirsi sul palco del leggendario CBGB assieme ai Television e ai Ramones per essere poi acclamata in tutto il mondo sin dal debutto discografico “Horses”. Lascerà tutto per sposare l’unico vero amore, Fred “Sonic” Smith, con cui costruisce la sua famiglia su un canale a St. Clair Shores, nel Michigan, dove crea finalmente una stanza tutta per sé: un tavolo basso, una tazza persiana, un calamaio e una penna, rifugio che all’alba diventa il suo spazio. Una serie di perdite laceranti (tra cui le premature scomparse del marito e un fratello) segna il suo percorso, ma la riporta sempre alla scrittura: «È stata la parola che mi ha sedotta all’inizio e alla parola sarei ritornata». E nelle pagine finali, dove compare anche Trieste, ritroviamo Smith sulla strada, vagabonda che «vive per scrivere e scrive per vivere».

Elisa Russo, Il Piccolo 03 Gennaio 2026 

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