Siccome è appena passata la Pasqua e molti stanno ancora digerendo l’agnello e l’arrosto di furetto con quaglie al forno in salsa di coniglio squartato, parleremo di vegetarianesimo. D’altra parte si sa che questa è una rubrica scomoda no?
Lo spunto me lo dà un libro di Jonathan Safran Foer uscito da poco, il titolo originale è piuttosto esplicito “Eating Animals”. In Italia, paese di salami e mortadelle, un po’ meno: “Se niente importa” (Guanda). Con il sottotitolo: Perché mangiamo gli animali? Foer è l’autore che si è fatto conoscere con “Ogni cosa è illuminata”, da cui è stato tratto poi anche un bellissimo film.
Nel film il giovane Safran Foer, interpretato da Elijah Wood, è un ebreo nato e vissuto negli Stati Uniti, di origine ucraina. Essendo un “collezionista di ricordi di famiglia”, decide di fare un viaggio in Ucraina per trovare il piccolo e sperduto villaggio di Trachimbrod, in cui visse suo nonno. Nel viaggio si affiderà a una guida locale e a suo nipote Alex (interpretato da Eugene Hütz dei Gogol Bordello) che con il suo strano inglese, lo aiuterà nella sua ricerca attraversando i bellissimi paesaggi ucraini “on the road” a bordo di una Trabant.
C’è una scena memorabile, che riguarda il vegetarianesimo.
In un ristorante Jonathan deve spiegare alla locandiera e soprattutto ai due compagni di viaggio che non mangia carne. Verrà preso per pazzo e gli verrà chiesto “Uaz rong uiv iu? (What’s wrong with you)?”. Riuscirà poi a farsi portare una patata bollita che per altro gli cadrà per terra.
Foer durante la sua giovinezza ha oscillato tra periodi in cui mangiava la carne e periodi di dieta vegetariana. Ha deciso di prendere una posizione netta assieme a sua moglie, quando stava per nascere loro figlio.
Le sue riflessioni hanno dato la luce a “Se niente importa”, un saggio in forma narrativa frutto di mesi e mesi di letture, spunti autobiografici, speculazioni filosofiche sulla moralità dell’essere carnivori e, cosa più importante, ricerche sul campo. Per toccare con mano le condizioni inaccettabili in cui gli animali d’allevamento vengono tenuti (maiali chiusi in gabbie minuscole e ingrassati fino al cedimento delle ossa delle gambe, capponi stipati come sardine in capannoni poco areati, eccetera), Safran Foer è andato di persona a visitare fattorie e allevamenti. A ricerca ultimata, il bilancio non è dei più incoraggianti: stando allo scrittore americano, mangiare animali non comporta solo enormi sofferenze per le bestie d’allevamento, ma anche rischi per la salute dell’uomo (a causa delle sostanze chimiche contenute nei nutrimenti) e per l’intero ecosistema (gli allevamenti odierni comportano una notevole emissione di gas serra). Il successo della carne prodotta industrialmente è garantito dal fatto che nessuno, eccetto gli addetti ai lavori, ha modo di vedere in quali condizioni siano realmente allevati i capi di bestiame. Se coloro che consumano abitualmente il frutto della moderna industria zootecnica potessero constatare con i propri occhi i modi di vita innaturali e disumani a cui sono costretti i loro futuri pasti, difficilmente continuerebbero a consumarli a cuor leggero. La produzione intensiva ha aumentato la disponibilità di cibo, per tutti e a bassi costi, ma siamo davvero certi che questo sia sufficiente a giustificare i maltrattamenti di milioni di polli, vacche e maiali e i rischi alla salute a cui sottoponiamo il nostro fisico? Chi sostiene questo sistema perverso, che fa sì che quasi un terzo delle terre emerse del pianeta sia destinato al bestiame, che la gabbia standard di una gallina ovaiola sia più piccola di un foglio A4, che l’allevamento degli animali sia la causa numero uno del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici, evidentemente ritiene che il fine giustifichi i mezzi. Davvero “niente importa”, pur di salvaguardare interessi economici e soddisfazione della gola? Non ci sono alternative possibili? In fondo le statistiche ci dicono che il consumo di carne nei paesi occidentali è sproporzionato rispetto ad altri tipi di alimenti e che anche il ben calibrato consumo di prodotti di origine vegetale fornisce una quantità di proteine sufficiente al nostro fabbisogno. Inoltre come non considerare le implicazioni etiche delle nostre scelte: «Per quanto oscuriamo o ignoriamo questo fatto – ci ricorda Foer, – sappiamo che l’allevamento intensivo è inumano nel senso più profondo del termine. E sappiamo che la vita che creiamo per gli esseri viventi più in nostro potere ha un’importanza profonda. La nostra reazione all’allevamento intensivo è in definitiva un test su come reagiamo all’inerme, al più remoto, al senza voce». 
Questo libro, che è insieme racconto, inchiesta e testimonianza, ci invita con determinazione e con passione a riflettere e a non accettare passivamente le regole del mercato. Non ci fornisce una soluzione, ma dati oggettivi e spunti su cui ragionare, per farci un’idea della situazione e affrontarla ciascuno secondo le proprie esigenze, i propri valori e le proprie convinzioni personali. Jonathan Safran Foer, da piccolo, trascorreva il sabato e la domenica con sua nonna. Quando arrivava, lei lo sollevava per aria stringendolo in un forte abbraccio, e lo stesso faceva quando andava via. Ma non era solo affetto, il suo: dietro c’era la preoccupazione costante di sapere che il nipote avesse mangiato a sufficienza. La preoccupazione di chi è quasi morto di fame durante la guerra, ma è stato capace di rifiutare della carne di maiale che l’avrebbe tenuto in vita, perché non era cibo kosher, perché “se niente importa, non c’è niente da salvare”. Il cibo per lei non è solo cibo, è “terrore, dignità, gratitudine, vendetta, gioia, umiliazione, religione, storia e, ovviamente, amore”. Una volta diventato padre, Foer ripensa a questo insegnamento e inizia a interrogarsi su cosa sia la carne, perché nutrire suo figlio non è come nutrire se stesso, è più importante. Questo libro è il frutto di un’indagine durata quasi tre anni che l’ha portato negli allevamenti intensivi, visitati anche nel cuore della notte, che l’ha spinto a raccontare le violenze sugli animali e i trattamenti a base di farmaci che devono subire, a descrivere come vengono uccisi per diventare il nostro cibo quotidiano.
Il mio invito non può che essere alla moderazione, se proprio non si riesce ad eliminare la carne dalla propria alimentazione, almeno cercare di moderarne il consumo. Riduzione del danno, no? Io personalmente non mangio né carne né pesce ma cerco di non fare agli altri prediche e simili. Non ho mai sopportato quelli che si battono per i diritti della foca maculata e magari sono maleducati o irrispettosi nei confronti dei loro simili. E di vegani talebani non ne abbiamo proprio bisogno. Però è importante prendersi lo spazio per riflettere su questi temi.

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