Oggi sono un po’ stanchina. Sto ideando la puntata in orario molto notturno. Quando sono molto stanca, mi affido a qualcuno molto bravo e intelligente che parlerà per me. Chi sarà mai?
Iadranko no perché è in malattia.
Ricky Russo?… non scherziamo.
Sto parlando di Christian Zingales. Uno dei pochi giornalisti musicali degno di essere definito tale. Scrive su: Blow Up e collabora con XL di Repubblica. Oggi vi segnalo e vi consiglio un libro uscito nel 2008. Ovvero: “Italiani Brava Gente – Agiografie, psicologie, geografie della canzone italiana” (Tuttle Edizioni). Cade a puntino, perché in questi giorni ho la fissa con certa musica italiana un po’ vecchiotta. Forse perché sto diventando vecchiotta. Certe cose le ho sempre apprezzate, altre invece le sto scoprendo o riscoprendo, perché si sa che da giovani rocker c’era un po’ il pregiudizio contro certo cantautorato made in Italy. E invece… è pieno di chiccone, come direbbe Max Barze.
Il libro di Zingales “È un viaggio sentimentale nei mari della canzone italiana. Cinquanta profili di artisti, una forma canzone a volte più tradizionale, altre più contaminata, un itinerario attraverso il quale si dipanano luoghi e impostazioni mentali, classici e culti, finendo per imbattersi nello spettro dell’italianità.
Agiografie perché nell’agiografia il tono maniaco della passione duella con la capricciosa fermezza della maniera, quando la vita in Italia è scandita dal rigore instabile della passionalità, psicologie quelle di un popolo prevedibile e magico la cui canzone ha la capacità dolce, titanica di sormontare la vita. Geografie il volto di un paese che per quanto sia sempre a un palmo dallo schianto non smette di innamorare.
Gli artisti trattati sono davvero vari da Celentano, Zucchero, Vasco e Ruggeri passando per Battisti e Battiato. E poi Area, Litfiba, Skiantos, CCCP, Loredana Berté, Mia Martini… insomma ce n’è per tutti i gusti. Io scelgo di approfondirne uno in particolare.
Juri Camisasca.
Scrive Zingales nell’incipit a lui dedicato:
“Mutazione alienazione. Dalle fognature su veloce fino a Dio. Le famose voci nella testa. Il rapimento mistico e sensuale. Fratello buio di sorella carne. La gara iconica della vita. Le luci che fanno ciao ciao. Mio Dio, Dio mio, Dio Io. Tutto, fino al delirio schizoide, da Kafka a Sant’Agostino. Con la scusa dell’Altissimo, maneggiare il bassissimo. Tocchi terra tocchi Dio. Nessuna scusa. La brutalità spirituale dell’istinto. Fratello uomo di sorella luce. Come un licantropo, la pelle invasa dagli aculei, il laico che si trasforma in eremita il monaco che torna borghese l’uomo che si consegna all’ascetismo e poi di nuovo le tentazioni del mondo e ancora lontano da tutto”.
Juri Camisasca è forse meno conosciuto di altri, perché è sempre stato piuttosto defilato. Il suo album di debutto “La finestra dentro” è del 1974 prodotto da Franco Battiato e Pino Massara. Scrive Zingales: “La finestra dentro è come una lama nello stomaco. Così dolce e violento. Non si è mai sentito niente del genere tutto l’album è un mondo di visioni e febbri. Un mistico che cammina nelle lande desolate dell’hinterland milanese”.

Peppo del Conte all’interno del libretto del CD de La finestra dentro (ristampa del 1991) descrive con queste parole il loro primo incontro. “Juri Camisasca era un ragazzo dell’hinterland milanese, ma sembrava che Franco l’avesse scovato in capo al mondo. Le sue prime foto promozionali mi fecero pensare a un gatto impaurito (e perciò pericoloso). Aveva 22 anni, ma ne dimostrava anche meno, tanto era timido, impacciato, quasi impreparato al contatto con gli altri. Parlava a sprazzi, con fare schietto e vagamente sognante. Ma quando imbracciava la chitarra si trasformava: una voce sorprendente, dai toni irruenti e allucinanti, per trasportare gli ascoltatori dentro i suoi incubi surreali. Non c’era in lui nessun progetto intellettualistico, non era sbarcato nessun Kafka nell’industria della canzone: l’assurdo emergeva terribile dalla realtà tutt’intorno e lui era solo un testimone ignaro e un po’ infantile che cercava di coglierne il senso. Il suo album d’esordio ebbe una buona accoglienza dalla critica: ma Juri viveva al di sopra di ogni problematica di successo…”
Alla fine degli anni ’70 l’inquietudine che l’ha sempre accompagnato trova risposta nella ricerca religiosa e Juri si ritira a vita monastica per 11 anni. Ne esce inizialmente nel 1987 per partecipare ad alcune rappresentazioni dell’opera “Genesi” di Franco Battiato, in cui è cantore e voce recitante, e successivamente per sostituire la vita monastica con quella eremitica, alle pendici dell’Etna.
Continua a fare musica e collabora anche con Morgan e i Blu Vertigo.
Nel 2008 reinterpreta ‘La musica muore’ ma questa volta in coppia con Franco Battiato. Il duetto è incluso nel disco di Battiato “Fleurs 2”.
Il tutto però rimanendo fuori dalle luci della ribalta. Camisasca dice a Zingales:
“Non so se conosci il Tao. Lasciar scorrere la vita. È un attimo è brevissima. Non forzarla. Fare delle scelte. La mia è stata di vivere in un certo modo. Non credo che mai tornerò a cantare, a mischiarmi col mondo della discografia”.
Perché ci sono quelli nati per mischiarsi con
E quelli nati per non mischiarsi con.
Ne sono certa.

Ancora uno dei celebri incipit di Zingales, su
Loredana Bertè:
“Soul sister. Normale Super. Lurida. In Oro. Una che ti prende di petto. Aspra, pura, sinuosa arroganza calabra. Il gioco degli specchi: sorella vulva sorella dolore. Una che alza la voce. Voce di lacrime cieche, due occhi che cingono la perfetta sensualità mediterranea e sprofondano nell’abisso di tanti troppi vuoti. Voce di terra arsa e di infanzia ferita che ti prende alla gola stringe forte, autorizza le tue lacrime”.

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