ROBERTO VECCHIONI “TRA IL SILENZIO E IL TUONO”

C’è un’età della vita in cui si può trovare una voce pura, una voce che sta “Tra il silenzio e il tuono”. Così s’intitola il nuovo libro di Roberto Vecchioni (Einaudi, pagg 184, euro 18), un romanzo composto da cinquantatré lettere in cui si alternano due narratori: da una parte un ragazzo che cresce e diventa adulto (lo stesso Vecchioni) e dall’altra un misterioso nonno. Questo espediente permette di affrontare, da una parte, molte vicende della vita del professore e cantautore milanese, che si racconta in prima persona, in presa diretta, con un linguaggio che rispecchia anche l’età che ha nel momento descritto. Ad esempio, il Vecchioni del 1950 si esprime come un bambino di 7 anni (ma con le idee già ben chiare): «Più di tutto, nonno, mi piacciono le parole: le vorrei sapere tutte. Ho appena finito di leggere Pinocchio che lì ce ne sono eccome. Può, nonno, un burattino diventare un bambino? E io quando diventerò grande? Sai che ci ho un po’ di paura? Mi piacerebbe restare bambino sempre, non mi sono simpatici i grandi». Gli interventi del nonno, invece, sono tutti diretti a qualcuno di specifico, aprendosi a digressioni di spessore, rivolgendosi a: Sergio Staino, Corrado Augias, Arnaldo Mosca Mondadori, Edoardo Camurri, Walter Veltroni, agli studenti del liceo scientifico Giorgio Buchner di Ischia, a sua eminenza monsignor Gianfranco Ravasi, al custode del Big Ben di Londra, al Comandante dei vigili urbani di Milano… I personaggi, veri o immaginari, sono un mezzo per cimentarsi sui temi più disparati, che si tratti di Schubert, di bizzarre teorie sugli ingorghi stradali o di scrittori russi che conosce soltanto lui. Se i capitoli del nonno sono tutti titolati con i nomi di coloro a cui sono dedicati, quelli autobiografici portano come titolo una data, a partire dal settembre 1950 fino al novembre 2023. Inevitabilmente, a volte celati, a volte più espliciti, vengono inseriti episodi tragici che hanno toccato la sua vita, come la recente perdita di un figlio. E poi c’è la moglie Daria, di cui costruisce un appassionato ritratto, lei è «ferro che copre la creta e non poteva stare senza il mio amore, e io senza il suo», figura imprescindibile anche quando lui pecca di assenza «Avevo concerti ovunque e dischi da immaginare, io avevo un mondo da tirar fuori, sentivo forte, prorompente il mio diritto, legittima la mia smania». Come è sempre presente la musica: «Mi chiedi, nonno, quando ho cominciato. Mai, o quasi. Strimpellavo già a quindici anni su una chitarra da combattimento, canzonette, sciocchezze, madrigali da poco a sfuggenti ragazze». Arriva anche il successo, con tutto quello che comporta: “Samarcanda” vende ottantamila copie in una settimana, quando il disco precedente ne aveva vendute appena cinquemila in un anno intero. «Non voglio essere famoso, ma intanto piano piano realizzo che la colpa è proprio di quel “Oh oh cavallo”, l’unica frase che “arrivava” della canzone, quella che ha trasformato una tragedia in una filastrocca per bambini». Eppure del palco, ancora oggi, ha paura. Ormai scafato, abituato agli applausi, immerso in una cerimonia che conosce gesto per gesto, parola per parola, perché «non contano le altre tremila, settemila volte. Ogni volta è la prima». A ottant’anni compiuti Vecchioni ha dimostrato quanto sia ancora capace di commuoversi, di mettersi in gioco: lo ha fatto all’ultimo Sanremo duettando con il giovane Alfa “Sogna ragazzo sogna” e lo conferma nelle pagine sempre vibranti di “Tra il silenzio e il tuono”.

Elisa Russo, Il Piccolo 2 Aprile 2024 

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