“Scream of my blood: a Gogol Bordello story”

“Immigrant, immigrant, immigrant punk!”: queste parole urlate in una sua canzone ben definiscono Eugene Hütz, frontman baffuto di una delle band più fracassone, energiche e divertenti degli ultimi decenni, i Gogol Bordello. Hütz è un animale da palcoscenico, un performer nato, personaggio carismatico visto anche al cinema in “Ogni cosa è illuminata” o “Sacro e Profano” diretto da Madonna. Ma forse la dimensione migliore (dopo il live, ovviamente) è quella del documentario: “Scream of my blood: a Gogol Bordello story”, in programma al Cinema Ambasciatori per il Trieste Film Festival giovedì 25 alle 20, è un godibilissimo viaggio nel mondo dell’artista nato a Kiev nel 1972 (da padre russo, mamma rom – ucraina), arrivato negli Stati Uniti come profugo nel 1990 e asceso al successo internazionale. “L’urlo del mio sangue: la storia dei Gogol Bordello”, diretto da Nate Pommer e Eric Weinrib con la produzione esecutiva dell’attore americano Liev Schreiber (candidato ai Golden Globe con “Ray Donovan”, nonché regista di “Ogni cosa è illuminata”) mostra anche un ritorno di Eugene nell’Ucraina di oggi, devastata dalla guerra. Un paese in cui suo papà era interrogato dalla polizia e preso di mira solo perché appassionato di rivoluzionaria musica rock, un paese (all’epoca Unione Sovietica) che avevano lasciato nel 1986, a seguito del disastro di Cernobyl. È così che l’adolescente Eugene si ritrova, con lo status di rifugiato, ad attraversare Polonia, Austria, fino a tre mesi in Italia dove tira su qualche moneta facendo il lavavetri. Ma è l’America la meta ed è lì, a New York, che troverà la sua nuova famiglia musicale: nel 1998 i Gogol Bordello irrompono nei locali del Lower East Side con il loro sgargiante gypsy punk. Simbolo del multiculturalismo, con elementi dall’Ecuador, Etiopia, Russia, Bielorussia i Gogol Bordello miscelano folk e punk, musica balcanica e cabaret brechtiano, Giamaica e taranta, violini zigani e chitarre distorte, ritmi arabi, Emir Kusturica e Goran Bregovic, Ennio Morricone e Nino Rota, Tom Waits, Clash, Mano Negra, Fugazi, Nick Cave&The Bad Seeds.

«Ho cominciato a collaborare ai video dei Gogol Bordello nel 2000 – racconta il regista Nate Pommer – e quindi mi sono trovato con un vasto archivio di filmati da cui pescare. Il materiale relativo ai concerti era semplicemente esplosivo e già questo poteva bastare per imbastire un buon documentario. Ma quello che mi ha colpito è stato anche il fatto che ciascun componente del gruppo avesse una storia di immigrazione da raccontare. L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ci ha dato un ulteriore filo da seguire». Le immagini girate in Ucraina, con il leader dei Gogol che si mescola alla gente e suona un brano tradizionale (stravolto alla sua maniera) assieme a una banda di militari restituisce la dimensione umana del conflitto in atto e della sua insensatezza: «Purtroppo la musica non può cambiare il mondo – dice Hütz – ma per me è un’arma, la mia dinamite». «Ho sempre pensato a Eugene – aggiunge il regista – come il tipo super divertente coi baffoni e la chitarra. Vederlo allo scoppio della guerra nella sua madrepatria ha ribaltato la prospettiva. Girare in Ucraina è stato intenso, con grande attenzione alla sicurezza e la consapevolezza di esporci a dei rischi. Abbiamo incontrato persone ospitali e resilienti, messe davvero in difficoltà». “Scream of my blood” non vuole essere solo un documentario musicale ma ha l’obiettivo di sensibilizzare sui temi della guerra e dell’immigrazione, perché in fondo «siamo tutti figli di movimenti migratori». Dopo la proiezione al Tribeca Film Festival, dove ha vinto una menzione speciale della giuria e altri festival internazionali, quella di Trieste è un’anteprima assoluta per l’Italia. Forse non a caso in una zona in cui i Gogol hanno sempre avuto grande seguito (si sono esibiti al Guča sul Carso triestino, Capodistria, Castello di Udine, Festival di Majano). 

Elisa Russo, Il Piccolo 21 Gennaio 2024 

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