Due artisti messi in dialogo che, ciascuno a modo proprio, esplorano i temi dell’identità, della memoria collettiva, della lingua e del paesaggio, nonché della vita in uno spazio di confine: il cantautore triestino Toni Bruna e il fotografo friulano Davide Degano sono i protagonisti della serata di sabato, dalle 20.30, al centro culturale Aleksandar Rukavina, a Verteneglio (in Croazia, nella parte settentrionale dell’Istria). L’evento è organizzato in collaborazione con Visit Brtonigla-Verteneglio, l’associazione culturale YEAH di Trieste (con il loro format YEAH ¡GIRA!) e Sfera Collective di Buie.
Fotografo e artista visivo, Davide Degano (nato in Sicilia ma cresciuto in Friuli, a Faedis) inaugura negli spazi del centro culturale istriano la sua mostra personale “Sclavanie”, che esplora un’area montana tra Italia e Slovenia, dove ritrova parte delle proprie radici, tornando nei luoghi dell’infanzia (da dieci anni non vive più lì), riscoprendo le tradizioni e il rapporto delle persone con un territorio in trasformazione. “Sclavanie” è anche un libro: esaurita la prima edizione, è ora disponibile la ristampa, le foto sono corredate da testi in italiano, sloveno, friulano, inglese. «Avremo l’opportunità – spiegano gli organizzatori – di approfondire questo progetto unico, conoscere l’autore e il suo lavoro e scoprire il fotolibro. Un’esposizione che ci farà riflettere su temi affini anche alla storia istriana quali l’emigrazione e lo spopolamento dei villaggi». All’inaugurazione della mostra si unisce, nello spazio esterno, il concerto intimo di Toni Bruna con il suo folk immaginario. Figlio di esuli istrianiinsediatisi nella periferia rurale slovena del capoluogo giuliano, Toni Bruna è considerato una delle voci più originali della canzone contemporanea in dialetto triestino, per lui “l’unica lingua possibile”, utilizzata senza finalità goliardica, non per far ridere o per semplice folclore ma per emozionare, commuovere, far riflettere. In scaletta, oltre ai brani tratti dai suoi due album – l’acclamato esordio “Formigole”, con cui aveva dimostrato come si potesse usare il dialetto e risultare credibile al di fuori dei confini cittadini (arrivando a suonare anche in Europa e negli Usa) e il secondo “Fogo Nero”, uscito a dieci anni dal primo -, anche qualche inedito non ancora inciso. Tra sacro e profano, divino e terreno, spiritualità e superstizione, realismo magico, i suoi testi sono vere e proprie poesie, che parlano di pietre carsiche, foglie che si accumulano, stagioni che passano, periferie (da “Baiamonti”, “Via dei Giardini”, a Borgo San Sergio in “Sanantonio” e “Pele e ossi” passando per i ricordi dell’adolescenza nei rioni di “Libera tuti”).
Elisa Russo, Il Piccolo 22 Agosto 2026

