THOMAS UMBACA AL MIELA IL 16.02.24

«Sono stato a Trieste una sola volta per le pre-finali del Premio Luttazzi nel 2021, avevo deciso di prendere il treno di ritorno all’alba, così sono stato in giro per la città tutta la notte, ne ho un bel ricordo». Il pianista e compositore Thomas Umbaca aveva poi vinto la finale alla Casa del Jazz di Roma. Torna a Trieste, al Miela, venerdì 16 alle 21 per un concerto tutto suo, incentrato sul debutto discografico “Umbaka”, pubblicato a ottobre da Ponderosa Music Records. Nato a Milano nel ’97, anglo-calabro per origini, intraprende studi classici al Conservatorio Verdi di Milano e poi corsi di jazz; ha composto anche per il cinema e ha partecipato, con la Verdi Jazz Orchestra diretta da Pino Jodice, al concerto Rai dedicato alla Shoah e alla musica di Ennio Morricone. 

Umbaca, il suo suono è molto cinematografico.

«Quando compongo non lavoro per immagini, ma sono contento che ciascuno associ le proprie visioni, che evochi qualcosa. Cerco soprattutto di stare bene nel suono che produco, e che la musica non vada mai in secondo piano rispetto a qualcos’altro».  

Nello spettacolo al Miela ci sarà anche una parte visuale?

«Ci sto pensando per il futuro. Per il momento va bene così: credo che già il pianoforte e uno spazio bello come il teatro siano di per sé sufficienti per trasmettere molto. Non avendo distrazioni per l’occhio, induci il pubblico ad abbandonarsi con più sensi possibili. E poi la parte visiva sta già nell’osservare chi suona, elemento che manca quando ascolti il disco».

Sembra un buon momento per i pianisti moderni, che ne pensa? Effetto di un divulgatore tv come Bollani, che ha portato lo strumento al grande pubblico?

«Anche Giovanni Allevi o Ludovico Einaudi hanno aperto una finestra che forse prima non c’era. Un pregiudizio che rimane è quello di concepire la musica per pianoforte un mondo a sé, mentre io considero il piano un mezzo per esprimere qualcosa che nasce fuori, è come tradurre degli stimoli che provengono dalla vita di tutti i giorni».  

Papà artista visivo e mamma che lavora nella moda: è stato immerso in un ambiente creativo fin da piccolo?

«Mi hanno lasciato molto libero di vivere il mio rapporto con l’arte e hanno fatto sì che andassi avanti con questo percorso, mostrandomelo per quel che è (non un hobby) ma al tempo stesso senza spingermi a prendere lezioni, come fanno alcuni genitori. Deve essere una passione che diverte, non una costrizione. Guardando loro ho capito che è possibile farne una professione. Grazie ai miei ci ho sempre creduto, anche se a qualcuno può sembrare una follia, un rischio o un semplice sogno romantico». 

Ha sempre vissuto a Milano?

«Sì, non so se dire purtroppo o per fortuna. Con i genitori arrivati da altrove ho avuto la sensazione di vivere in un posto più grande. Ogni tanto vado in Calabria oppure in Inghilterra e li sento come un prolungamento del luogo immaginario e anche fisico in cui vivo. Non mi sento costretto dentro una città. Chi cresce a Milano impara a viverci, conosco il suo ritmo veloce e so starci dentro, mi prendo anche il mio tempo, quando serve. C’è una pressione a livello lavorativo, stress e aspettative già al liceo, da cui devi cercare di non farti risucchiare».  

Elisa Russo, Il Piccolo 12 Febbraio 2024  

Articoli consigliati