L’ha sempre definita “una delle sue città elettive”, con un rapporto fatto non solo di concerti (il primo risale a trent’anni fa) ma anche di amicizie. Ed ecco allora uno spettacolo speciale per Trieste, un atto unico dal titolo “Se il senno è sulla luna. La follia: da Ariosto a Basaglia” che Vinicio Capossela porta al Castello di San Giusto sabato (organizzato da Vigna Pr e Good Vibrations nell’ambito di TriesteEstate). La serata comincia alle 20.30 con la proiezione del documentario, curato da Piero Pieri e Alessandro Spanghero e prodotto dalla Rai Regionale,che riassume l’esperienza di “Corrispondenze immaginarie”, opera d’arte pubblica partecipata di Mariangela Capossela realizzata proprio nel capoluogo giuliano grazie a Teatro degli Sterpi e Hangar Teatri, in occasione del centesimo anniversario di Franco Basaglia. «Trieste per me incarna l’idea della frontiera che mi piace – dice Capossela –. Ho sempre sentito un senso di avventura che mi ha spinto a Est e non a Ovest».
Quando ha cominciato a frequentare la zona?
«Ricordo un passaggio in autobus per raggiungere degli amici al mare in quella che era la Jugoslavia. Ero mezzo addormentato, siamo passati davanti a Piazza Unità e ho avuto come una visione: “ma cos’è questa meraviglia?” mi sono detto. E poi ho cominciato a venirci con consapevolezza. Nel ’93 con Paolo Rossi arrivammo a Monfalcone con “Pop e Rebelot”».
Il suo primo concerto a Trieste?
«Al Teatro Miela nel 1995. È stata una rivelazione, poi mi portarono in un posto fantastico, il Round Midnight. In quegli anni la musica dei Balcani arrivava e ci destava un senso di meraviglia, da subito sono cominciate amicizie di una vita, come quella con Sandro Mizzi, per me una specie di fratello. Poi ancora al Miela, al Rossetti, fino al concerto segreto all’Hangar per la Barcolana che ha segnato grandi cambiamenti nella mia vita».
Sabato si parte dal lavoro di sua sorella con “Corrispondenze immaginarie”.
«Mariangela mi ha fatto conoscere le lettere negate agli internati del manicomio, a cui si è dedicata grazie anche ad Hangar Teatri e di cui è stato realizzato un bel documentario. Io credo che la rivoluzione basagliana e la Resistenza siano le due pagine migliori che ha espresso questo paese. Allora abbiamo voluto dare un po’ di risonanza, visto anche il centenario di Basaglia celebrato l’anno scorso».
Come si arriva da Ariosto a Basaglia?
«Ludovico Ariosto, nel suo “Orlando Furioso”, all’inizio del 500, immaginò che il senno degli esseri umani, evaporato inseguendo le ricchezze, la fama, i vani sospiri degli amanti, gli incarichi di potere, l’adulazione dei potenti, il servilismo, la bellezza delle donne, la vanità in generale, si trovasse sulla luna, mentre sulla terra governava (e governa) la follia. La follia delle guerre, della violenza, della sopraffazione. La luna, dunque, è ogni luogo in cui custodiamo l’innocenza e tutte quelle stranezze, spesso stigmatizzate e punite dall’ordine del potere per preservare sé stesso. Lungo questo confine, il recinto tra quanto il “sistema” giudica follia e la follia del “sistema”, corre il filo narrativo che unisce le canzoni di questo concerto pensato per Trieste».
Cos’è in sintesi la follia?
«Andare oltre una misura, come il canto incessante delle sirene. Anche l’amore può essere folle. Parlare di follie, significa parlare dell’essere umano. La follia pericolosa è quella dell’ordine, che regge il mondo, non quella individuale che invece a volte è espressione di libertà».
Elisa Russo, Il Piccolo e Messaggero Veneto 26 Luglio 2025
